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Italia Oggi

Calano i prezzi delle uve, perché il consumatore è low cost ... La filiera vitivinicola continua a soffrire nella sua parte iniziale, quella della produzione. Il prezzo medio della materia prima, cioè dell’uva, continua a calare nonostante si registri un minimo di ripresa della domanda del prodotto finale. Significa che i produttori restano in una situazione particolarmente difficile: non riescono facilmente a ottenere un rendimento dal loro lavoro. In pratica i coltivatori/produttori di uva, Igt o Docg non cambia molto, lavorano con scarso o senza guadagno. Il fenomeno è datato nel tempo ma ha subito una notevole accentuazione con la recente recessione. Nell’industria del vino c’è un eccesso di offerta sulla domanda. Detto in altro modo: o diminuisce il numero dei produttori
oppure aumenta quello dei consumatori oppure il mercato non raggiunge il suo naturale equilibrio.
Soltanto i vari sussidi pubblici, come quello della Eu, possono mantenere vivo un settore nel quale si produce più di quanto si consuma. Ma c’è anche un’altra verità o chiave di lettura del fenomeno tensione al ribasso del prezzo della materia prima uva. Questa lettura passa per il consumatore globale e, in particolare, per i suoi gusti e le sue scelte di acquisto. Nel segmento del vino il consumatore globale è più identificabile come stereotipo rispetto ad altri settori merceologici. È quello che vive e consuma in mercati che non producono vino oppure che sono abituati, laddove
producono come la Germania o gli Usa, ad importare molto dall’estero. Questa tipologia di consumatore ha iniziato a manifestare una domanda relativamente omogenea a livello internazionale perché caratterizzata soprattutto dal prezzo della bottiglia. Ciò che il consumatore globale è interessato a consumare è un bene specifico: una bottiglia di vino che allo scaffale costa tra i 3 e massimo i 6 euro. Quindi si tratta di un consumatore ipersensibile al prezzo del prodotto finale più che all’uvaggio o alle varie favolette legate al Terroir. Se si proietta a ritroso, lungo la catena della filiera della produzione vitivinicola, la peculiarità di questa domanda si registra un effetto generalizzato di compressione dei margini industriali. A partire dal primo stadio, quello del produttore della materia prima, tutti i vari passaggi della filiera devono rinunciare a qualcosa in termini di prezzo finale per poter produrre un prodotto che possa incontrare l’interesse del consumatore globale. I produttori, soprattutto quelli micro perché di dimensioni minori, forse neanche si rendono conto di tale fenomeno, ma sono le vittime della nuova globalizzazione vinicola. Il consumatore globale di vino vuole pagare poco la bottiglia allo scaffale ed è estremamente low cost ed opportunista nelle condotte di acquisto. Per poterlo accontentare chi produce deve agire sfruttando al meglio le economie di scala oppure perde progressivamente in profittabilità. Magari pensa che la colpa sia soprattutto delle scelte strategiche delle società che imbottigliano e commercializzano il vino e del loro desiderio di scaricare sui produttori la quasi totalità dei costi della competizione. Ma in realtà sono vittime della dimensione aperta ed internazionale del mercato del vino, nel quale si è ormai formato un consumatore globale che non
è disponibile a concedere nulla a nessuno. Vuole un buon prodotto finito a cinque euro e sa che può
scegliere tra “una coda lunga” di prodotti internazionali. Il risultato è che, se chi produce vino è un
piccolo produttore, allora è destinato sempre di più a dei redditi di sussistenza. Si tratta di un processo di concentrazione dell’offerta sollecitato dalla domanda già osservato in altri settori agricoli.

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