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Italia Oggi

Quei vini italiani made in China ... Sfusi esportati come commodity. L’origine la dà chi imbottiglia ... Il vino sfuso, croce e delizia per i produttori italiani. Delizia dal momento che la domanda è in continua crescita. Croce perché ron sempre il prezzo è interessante oltre al fatto che quando varca i confini nazionali è difficile continuare a seguirne la tracciabilità. Secondo una elaborazione cli Tiziana Sarnari di Ismea presentata all’assemblea nazionale cli Fedagri vino, “bisognerà aspettare qualche anno per vedere se questo fenomeno sia da ricondurre al periodo di crisi o potrebbe in qualche modo restare un’abitudine commerciale che sposterebbe valore aggiunto dal paese di provenienza a quello cli destinazione”. Contrariamente a quanto accade per Australia e Cile, il vino italiano che viene imbottigliato fuori dai confini nazionali spesso perde la propria “origine” e diventa il vino del paese imbottigliatore. Come in Cina. Qui il vino sfuso straniero, nel 2011 quello italiano è cresciuto del 500%, viene o imbottigliato localmente o miscelato con vino cinese. Secondo i dati di China Customs diffusi dalla Camera di commercio italiana in Cina, il 48% del vino importato è sfuso, il 14% in valore, e l’Italia è quarta per importazioni dietro Cile e Spagna, leader, e Australia. Questa nuova tendenza è dovuta al fatto che lo sfuso ha assunto di fatto il ruolo cli commodity e piccole variazioni di prezzo determinano grandi variazioni di quote di mercato. Il presidente della Cia Giuseppe Politi, in occasione del V Forum nazionale del settore vino di Rimini, aveva lanciato un allarme. “A varcare i confini nazionali sono in maggioranza i vini sfusi che anche nei primi sei mesi del 2011 hanno registrato un incremento del 34%, a fronte una crescita complessiva delle quantità del 16%”. Il problema è maggiore se la vendita interessa i vini a denominazione. “Che fine fa un vino Doc quando viene imbottigliato all’estero? Chi sono le persone che imbottigliano il nostro vino?”, si domanda Giovanni Busi presidente del Consorzio Vino Chianti. “Per ovviare all’inconveniente pensiamo di mettere nel nostro disciplinare l’imbottigliamento in zona. Ma non sappiamo se l’Ue approverà visto che la tendenza è a liberalizzare”. Quando di parla di export di vino sfuso doc i numeri, tuttavia, sono piccoli. “Per il Chianti si parla del 3% delle esportazioni, ma è una questione di correttezza nei confronti degli imbottigliatori italiani che devono sottostare e norme e controlli”. Anche per Giuseppe Liberatore direttore del Consorzio Chianti Classico, i vini a denominazione che varcano i confini è auspicabile una maggiore tutela. “Il libero mercato deve essere consentito, ma servono certezze, accordi tra stati per i controlli”. A gettare acqua sul fuoco è Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc. “Si tratta soltanto di 100 mila ettolitri di vini a denominazione, un mercato molto limitato”. Per Ricci Curbastro “sono i produttori a scegliere quale strada seguire, possono decidere di mettere nel disciplinare l’imbottigliamento in loco. Oppure fare accordi bilaterali come tra Italia e Svizzera nel caso del Valtellina doc, che è un esempio da seguire”. Per il presidente di Federdoc non c’è da allarmarsi in quanto “i vini vengono imbottigliati in Europa perché è più facile muovere vino sfuso e gli imbottigliatori lavorano per la grande distribuzione”.

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