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Italia Oggi

Caccia ai calici dei Millennials ... In Usa trend come quello hipster spingono i vini autoctoni ... Va bene assecondare le
tendenze emergenti
tra i Millennials, ma
guai a dimenticarsi dei vini classici. Senza di quelli non c’è mercato che tenga, nemmeno negli Usa, dove nei primi 6 mesi del 2015 l’export delle bottiglie italiane è cresciuto del 19% raggiungendo quota 1,4 miliardi di euro. A mettere sull’attenti i produttori è Giammario Villa, Master Taster e docente per Ucla (University of California Los Angeles), oltre che consigliere della North American Sommelier Association. “Se da un lato negli Stati Uniti abbiamo consumatori più educati e adulti che prediligono i classici e sono orientati verso tipologie come i Super Tuscany e i vini californiani della Napa Valley”, spiega, “dall’altro abbiamo i Millennials che invece preferiscono vini semplici, immediati e gradevoli, di fascia di prezzo più contenuta, in particolare vini frizzanti”. Da qui la possibilità di “portare dinamicità nel mercato”, sulla spinta di nuove mode come quella hipster “alla ricerca di qualcosa di nuovo”. Tale “amore sfrenato per la diversità” secondo Villa è riscontrabile “nelle carte dei vini dei nuovi wine bar che stanno aprendo in tutti gli Stati Uniti”, dove possono trovare spazio “i vitigni autoctoni meno famosi e le case vinicole italiane di nicchia”.
C’è però un rischio. “Una generazione che non conosce i “classici” può essere imprevedibile” avverte Villa, “mentre per apprezzare le novità non si può fare a meno della conoscenza dei vini tradizionali”. E questo perché “è necessario sviluppare nel consumatore un canone di estetica del gusto che gli permetta di
cogliere le diversità stilistiche”.
Per superare l’ostacolo delle dimensioni
aziendali ridotte, Villa suggerisce ai produttori italiani sia di “sfruttare la sensibilità dei buyer costruita dalle grandi aziende”, sia di percorrere la strada dell’aggregazione.
Per vendere vino in Usa occorrono infatti investimenti;
“almeno 60/70 mila dollari all’anno più spese di viaggio e di pr” calcola l’esperto, senza dimenticare “l’importanza di dotarsi di un brand ambassador in grado di comunicare con tutti gli stakeholder”. Per sobbarcarsi certi costi, diviene pertanto inevitabile aggregare diverse realtà imprenditoriali senza però limitarsi ai soli Consorzi ma puntando sui network di produttori. “Si tratta”, chiosa Villa, “di un concetto più trasversale e dinamico, riguarda un gruppo di aziende che realizzano prodotti diversi (quindi non in concorrenza tra loro) ma che sono espressione di un territorio e di una cultura. Tali network possono essere temporanei
o permanenti, privati o a partecipazione pubblica”.

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