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Italia Oggi

Vini francesi in calo competitivo … La bocciatura arriva da uno studio condotto da Agrex Consulting e Efeso per France Agrimer… Filiera ancorata a vecchi modelli agronomici e di vendita… Il paragone con gli Airbus che piace tanto ai manager pubblici di France Agrimer, equivalente alla nostra Ismea, e a quelli privati del Cniv, Comité national des interprofessions des vins à appellation d’origine, qualcosa di analogo alla Federdoc di Riccardo Ricci Curbastro (vini di Franciacorta) e di Giuseppe Liberatore (Chianti Classico), viene ripetuto anche quest’anno (riferendosi al 2016, naturalmente): “Abbiamo esportato più vino francese nel mondo che Airbus”. In effetti si tratta di un giro d’affari di 8 miliardi di euro, cresciuto del 6,7% rispetto all’anno precedente, poco più di un terzo del fatturato di un settore - la viticoltura - che vale 30 miliardi e resta al primo posto nel ranking delle esportazioni con una quota del 30% in valore ma scende al terzo (dopo Spagna e Italia), con una quota del 14%, quando si passa dalla somma dei contratti al conteggio del-le bottiglie vendute. All’apparenza sembra che tutto “se porte bien”, che tutto vada bene, ma andando a scavare nelle statistiche, andando a intervistare i player del mercato - produttori e “négociant”, commercianti e società specializzate nell’export vinicolo - come hanno fatto in questi mesi i ricerca-tori di due società di consu-lenza, la Agrex Consulting di Reims e la Efeso, su incarico di France Agrimer, si ha la conferma di quanto tutti, qui in Francia, ti spiegano a bassa voce ma non dichiarano mai pubblicamente. Vale a dire che la filiera vinicola, nonostante i buoni risultati aggregati (volumi produttivi e fatturato), soffre di un male oscuro che rischia di mandarla in coda a tutte le classifiche internazionali. Se non cambia. E questo male oscuro ha un nome preci-so: perdita di competitività. Detto più chiaramente, come fanno gli analisti di Agrex e Efeso, la wine industry francese in tutti questi anni non s’è rinnovata, né dal punto di visto più specificatamente agronomico (colture, impianti, processi industriali) né dal punto di vista del marketing (nonostante un savoir faire riconosciuto) e della commercializzazione sui nuovi mercati internazionali, per esempio la Cina (che beve sempre di più vini australiani) e il Giappone (dove i vini cileni hanno battuto, per la prima volta nel 2015, i francesi e oggi sono al primo posto in classifica). “L’offerta francese”, scrivono gli autori della ricerca “non ha più quelle caratteristiche di originalità e d’immagine che hanno fatto sempre la differenza tra un Bordeaux e un rosso prodotto, per esempio, dalla cilena Concha y Toros, il colosso da 10 mila ettari e un miliardo di dollari di export”. Insomma, in Francia tutto è rimasto fermo (o s’è mosso molto poco) mentre il mercato mondiale del vino è cambiato profondamente. Con nuovi prodotti, nuovi blend, nuove etichette, processi produttivi fortemente industrializzati e automatizzati come richiedono gli immensi vigneti del Nuovo Mondo. Si prenda il Cile, per esempio. In pochi anni ha conquistato il 6% del mercato mondiale in valore (al quarto posto dopo Francia, Italia e Spagna) e il 9% a volume grazie a una politica di sistema che ha consentito di concentrare sull’export il 70% della produzione e riuscendo anche a differenziarla - Cabernet, Sauvignon, Carménère e altri vitigni - a differenza dell’Argentina che produce e vende solo Malbec. E qui veniamo all’altro punto debole della viticoltura francese: la sua incapacità di proporre al mercato mondiale (fatto di nuovi consumatori come i cinesi, i giapponesi, gli indiani e tutti gli orientali che si avvicinano per la prima volta al vino) prodotti “entry level”, a bassa gradazione, adatti ai gusti e ai palati più giovani. “Non si può vivere solo di Bordeaux, di grandi vini e vecchie glorie”, fanno osservare alla Johannes Boubée, un’azienda di Bordeaux che si occupa di selezionare e acquistare il vino per conto del colosso Carrefour. Fanno anche l’esempio della filiera ita-liana proprio per dimostrare che cosa voglia dire, oggi, fare innovazione ricordando la “case history” del Prosecco che non si sa quanto possa reggere alla lunga ma che, intanto, ha conquistato segmenti di mercato impensabili. “La filière italienne a une forte capacité d’adaptation” è la conclusione del direttore acquisti della Boubée. Che detto da un manager della gdo, dove si concentrano sempre di più i consumi vinicoli (in Francia come in Italia), è già una bella soddisfazione.

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