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Italia Oggi

Nei feudi del gusto … La sfida dell’Istituto marchigiano di tutela vini (Imt)... Le Marche risorgono dai vigneti... Da un’economia imperniata sull’industria a una new economy in cui turismo, cultura ed enogastronomia giocano un ruolo primario: è la metamorfosi delle Marche, avvenuta lontano dai riflettori e a piccoli passi, complice l’indole del marchigiano a essere un maratoneta più che un centometrista. Fu tra la metà degli anni ’90 e i primi anni del 2000 che la politica locale seppe creare le condizioni del cambiamento, incentivando il passaggio generazionale in agricoltura e permettendo al metalmezzadro, l’operaio diventato poi orfano di mamma fabbrica, di continuare ad avere un Muro in loco coltivando quella terra che prima era solo un hobby del fine settimana E siccome i campi non possono essere delocalizzati, la manovra, col tempo, ha premiato gli investitori. Alberto Mazzoni, enologo, 39 vendemmie alle spalle, è il direttore e l’anima dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (Imt), il maxiconsorzio nato nel 1999 che annovera 472 produttori vitivinicoli delle province di Pesaro - Urbino, Macerata, Ancona e Fermo. “Il cambiamento è avvenuto anche grazie all’insediamento di quei giovani in agricoltura”, racconta. “Il vigneto Marche oggi si estende per 17 mila ettari e ha un’età media di 18 anni”. Con 5 Docg, 15 Doc e 1 Igp la regione sta continuando quel cammino intrapreso decenni fa, che oggi punta sulla qualità e sull’estero. Il Verdicchio ha fatto da apri-pista e rimane il vino (bianco) più identificativo del territorio. Oltre 2.100 ettari sono coltivati a Verdicchio dei Castelli di Jesi, circa 300 a Verdicchio di Matelica. Dei 160 mila ettolitri prodotti, 100 mila sono in mano a nove aziende, il rimanente è di un centinaio di imprese. Se la critica premia il Verdicchio, in ogni sua versione, il rovescio della medaglia è rappresentato dal prezzo allo scaffale, ancora troppo basso per dare un reddito soddisfacente ai viticoltori. “La mission di Imt è anche quella di incrementare il valore del prodotto”, dice il presidente Antonio Centocanti, “fattore su cui stiamo lavorando con i produttori. Ma la promozione non basta, se non è accompagnata da investimenti in vigna e tecnologia in cantina: abbiamo pertanto investito nel 2016 quasi 9 milioni di euro tra ristrutturazione vigneti e promozione con il Psr e l’Ocm vino. Due milioni sono stati destinati ai mercati esteri, in, particolare Usa, Canada, Cina e Giappone”. Imt è diventato il perno su cui ruota l’attività promozionale del comparto vitivinicolo marchigiano; ha saputo fare squadra motivando i piccoli produttori ad accedere ai programmi nazionali e internazionali diversamente inarrivabili. La recente acquisizione della gestione dell’Enoteca Regionale a palazzo Balleani di Jesi si inserisce nel progetto generale di marketing del territorio e delle sue peculiarità. Se il terremoto dello scorso anno ha dato un duro colpo al sistema, la volontà di riemergere e non crogiolarsi nel dolore si palesa nelle numerose iniziative in atto, tra cui spicca il festival “RisorgiMarche”, che vede Imt a fianco delle istituzioni e dell’attore Neri Marcorè. Nell’ambito di questa rinascita si inserisce il recente programma di Imt per il Verdicchio dei Castelli di Jesi e il Lacrima di Morro d’Alba, insieme a 15 aziende di diverse dimensioni e storie ma con lo stesso obiettivo: uscire dall’ombra e portare in proscenio i vini marchigiani. Lorenzo Marotti Campi conferma che l’estero sta dando risultati incoraggianti: “Il Verdicchio dei Castelli di Jesi ha saputo svecchiare l’immagine cristallizzata di vino entry level puntando sulle caratteristiche di longevità e sapidità, guadagnando così nuovi mercati”. Al Lacrima, oltre 250 ettari, è dedicato il nuovo logo presentato da Imt per la bottiglia istituzionale. Ci credono in molti: il giovanissimo Gabriele Landi, quarta generazione della famiglia di Belvedere Ostrense; Massimo Palmieri, che anni fa, con moglie francese e figli, ha lasciato Milano per trasferirsi qui e dedicarsi a vigna e agriturismo in Tenuta San Marcello; Simone Sagrati dei Conti di Buscareto, che parla dell’uva e del vino con la vis di un avvocato in un’arringa. Il Lacrima di Morro d’Alba deve buona parte della sua fama a Stefano Mancinelli, che oggi può permettersi di realizzare oltre la metà del fatturato aziendale soltanto con la vendita diretta. Con spirito pop, per il suo passito in versione magnum, Mancinelli ha optato per un tappo a corona in argento fatto incidere da un orafo di Arezzo con l’effigie di Federico II di Svevia (a cui tra l’altro la città di Jesi ha dedicato il nuovo museo Stupor Mundi, per celebrare le origini marchigiane del sovrano). Lorenzo Mezzanotte ha dato una svolta all’omonima azienda vicino a Senigallia e deciso di puntare sui vitigni autoctoni, partendo proprio dal Lacrima. Scelta compiuta da tempo, nonostante la giovane età, da Paolo e Loretta Lucchetti, 25 ettari coltivati esclusivamente a Lacrima e Verdicchio, e dai fratelli Vico e Valentina Vicari di Morro d’Alba, che con orgoglio ha anche stampato un libro di memorie di vita di campagna dal XV secolo ai giorni nostri.

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