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Italia Oggi

Il riso innova più del vino … Ad Asti un convegno fa il punto sulla diffusione dell’agricoltura digitale... In vigneto pochi usano tecniche di precisione... Se è vero che il futuro non si prevede ma si costruisce, nel settore agricolo la velocità di innovazione deve necessariamente essere più lenta per diversi motivi: biologici, tecnici, umani ed economici”. L’affermazione è di Paolo Balsari, docente dell’università di Torino, intervenuto all’incontro sulla precision farming in vigna organizzato ad Asti da Confagricoltura Piemonte nell’ambito del ciclo di conferenze dedicato all’innovazione, fortemente voluto dal presidente regionale Enrico Allasia. Fare agricoltura di precisione significa effettuare interventi diretti che rispondono al concetto generale di “fare la cosa giusta, al momento giusto, al punto giusto”, sfruttando la tecnologia. Questo vuol dire, semplificando, intervenire con macchine operatrici in grado di utilizzare mappe tematiche e di effettuare azioni mirate, georeferenziate, senza doppi passaggi e con una precisione quasi millimetrica. Tutto ciò è possibile soprattutto dove le superfici sono più estese e tendenzialmente omogenee: non è un caso, infatti, che il comparto della risicoltura sia quello che in Italia ha meglio recepito il concetto di agricoltura di precisione, che comporta comunque investimenti importanti per le aziende. Trattori dotati di tecnologie all’avanguardia e software moderni vogliono dire infatti costi elevati, “ma ampiamente ammortizzabili nel tempo” precisa Marco Miserocchi, direttore Italia della multinazionale Topcon, che ha recentemente scelto Torino quale sede dedicata all’agricoltura digitale. Ma l’Italia vitivinicola fino a che punto recepisce e utilizza queste innovazioni? Ci sono realtà imprenditoriali che hanno fatto scelte in questa direzione anni fa e oggi sono di esempio a livello nazionale. L’azienda umbra Arnaldo Caprai ha iniziato questo processo di innovazione intorno al 2000 ispirandosi all’obiettivo della sostenibilità a 360° e passando così dal vigneto analitico a quello digitale di oggi. Lo racconta l’agronomo di Caprai, Mattia Dell’Orto: “L’innovazione è un processo continuo e il mantenimento della leadership di mercato impone un costante miglioramento attraverso R&D, ricerca e sviluppo, e un impegno reale per la valorizzazione del territorio in cui opera l’azienda”. Da soli, tuttavia, non si va da nessuna parte, a maggior ragione se la conformazione del territorio e la parcellizzazione degli appezzamenti rappresentano limiti importanti alla diffusione della viticoltura di precisione: l’Umbria viticola è diversa dal Piemonte e la Sicilia dalla Toscana, e ciascuna richiede interventi peculiari. Nelle Langhe, dove l’eccellenza è sancita oltre che dall’Unesco anche dalla qualità del vino
e dal fatturato delle cantine, il livello di innovazione in vigneto rimane piuttosto limitato. Antonio Marino, tecnico di Confagricoltura, punta il dito sugli ostacoli che rallentano la diffusione della precision farming: “Senza citare la cosiddetta viticoltura eroica, ci sono vigne che richiedono lavorazioni esclusivamente manuali, dove difficilmente sarà possibile, almeno a breve termine, vedere in azione trattori a guida assistita. A questo si aggiunge l’età generalmente avanzata degli agricoltori, poco inclini all’uso delle tecnologie elettroniche e informatiche”. Per favorire il cambiamento, secondo Allasia, occorre incentivare la collaborazione tra il mondo scientifico e le aziende: “Dimostrare sul campo quali sono i risvolti in termini di risparmio di carburante o di ore lavoro, garantendo la stessa qualità del prodotto finali”, conclude, “è l’incentivo più utile verso l’innovazione delle aziende”.

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