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ItaliaOggi

Il vino che emigra … Il cambiamento climatico spinge a investire verso Nord... In Italia si va sui terreni più elevati... I cambiamenti climatici rischiano di mutare la geografica del vino. Diventeranno ideali aree sempre più a Nord, come l’Alsazia dove i vignaioli della Borgogna (come anticipato la scorsa settimana da ItaliaOggi) hanno iniziato a comprare terreni. La questione emerge anche da uno studio di un gruppo di ricercatori, guidati da Lee Hannah, climatologo di Arlington in Virginia, presentato nei giorni scorsi al Merano Wine Festival. Secondo lo studio le regioni vinicole più importanti del mondo, dal Cile alla Toscana, dalla Borgogna all’Australia vedranno diminuire le loro aree coltivabili dal 25 al 73% entro il 2050. E questo costringerà i viticoltori a piantare nuovi vigneti a latitudini più alte o altitudini più elevate. Per Andrea Sartori, produttore della zona della Valpolicella, dobbiamo prendere atto “del cambio climatico che c’è e fare investimenti strategici più che tattici. E c’è un’unica soluzione, dove è possibile piantare vigneti ad altitudini diverse. In Valpolicella qualcuno già lo fa”. Per Sartori una risposta potrebbe arrivare dalla tradizione. “In Valpolicella qualcuno ha abbandonato l’allevamento a pergola veronese per passare al più moderno metodo a spalliera. Ma è stato visto che con la pergola, la vite ha maggior protezione, il grappolo è meno esposto ai raggi solari. E poi la grande differenza la fa chi ha l’acqua a disposizione. Sarà, quindi, obbligatorio attrezzarsi per irrigare i vigneti in caso di stress idrico. Ci sono diversi modi per affrontare il problema, vanno guardati tutti”. Matilde Poggi, presidente dei Vignaioli Indipendenti, sottolinea come “una soluzione, in Italia, sia piantare vigneti in zone con elevata altitudine, dove c’erano pascoli, e come inizia a succedere in certe aree”. Ma quel che è più importante, anche per Poggi, è “riappropriarsi delle pratiche agronomiche e di sistemi di allevamento tipici la nostra viticoltura. A cominciare dalla scelta dei vitigni. Quelli nostri, autoctoni, sono tutti tardivi rispetto a quelli internazionali che vanno raccolti ad agosto. Prima la vendemmia si faceva a ottobre, adesso si sposta sempre più indietro ”. Insomma, “la preoccupazione c’è, forte, ma la risposta è nell’affrontare la viticoltura in maniera diversa, tornare alla nostra tradizione”. Per Sandro Boscaini: presidente di Federvini e di Masi Agricola, il problema va diviso in due parti. Il primo è la qualità delle produzioni. “Il caldo non sempre ha valenza negativa. I vigneti sono più facili da coltivare, c’è meno umidità. A poi, l’anticipo della maturazione ha portato benefici. Come nel caso dell’Amarone dove sono spariti gli attacchi di muffe durante l’appassimento”. Per quanto riguarda l’eventuale spostamento delle coltivazioni, “in Italia non si assiste al fenomeno, come in Spagna e Francia, di accaparramento di terreni in zone fresche. Ma in Europa l’area coltivazione si è spostata di circa 200 km a nord. Qualcuno vuole incentivare impianti nel sud della Svezia, si hanno vigneti in Nuova Scozia, e in Inghilterra si producono ottimi spumanti anche vicino a Londra”. Poi ci sono zone dove la situazione è per il momento sotto controllo. “Qui da noi, in Irpinia, siamo in montagna e il microclima ci difende abbastanza. In altre zone d’Italia credo che vi sia maggiore preoccupazione”, commenta Piero Mastroberardino dell’omonima azienda campana. Mentre Lucio Tasca D’Almerita presidente dei Grandi Cru d’Italia punta sulla ricerca. “La ricerca ha portato a vitigni collaudati che sopportano climi diversi e danno buone produzioni anche con grandi caldi. Il futuro è nella scienza”. A lanciare l’allarme, a marzo, era stata anche l’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari con le previsioni de presidente della Società Meteorologica italiana Luca Mercalli. “Oltre ad una riduzione delle superfici vitate, assisteremo ad un aumento di quota di circa 800 m e di 650 km di latitudine verso Nord”.

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