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ItaliaOggi

Falso italiano, tolleranza zero … Il presidente di Filiera Italia: serve un’agenzia specifica di promozione dell’agroalimentare... Scordamaglia: l’Ue glissa sulla difesa del Made in Italy... “A livello comunitario c’è un’eccessiva tolleranza nei confronti dell’italian sounding. È inaccettabile che l’Europa continui a glissare sull’emanazione di norme che vietino tutto ciò che evoca nomi italiani. Occorre una implementazione rigida delle regole, regole uguali per tutti». Va dritto al punto Luigi Scordamaglia; il numero uno di Filiera Italia - l’associazione che riunisce una cinquantina di aziende del settore alimentare e agricolo oltre a Coldiretti - è stato raggiunto da ItaliaOggi per capire le strategie del sodalizio.
Domanda. Perché nasce Filiera Italia?
Risposta. Il concetto di filiera diventa essenziale per raggiungere almeno tre obiettivi. Primo, una più equa ripartizione del valore tra le fasi di produzione e trasformazione, secondo solo attraverso una filiera vera è possibile garantire al consumatore qualità, sicurezza e sostenibilità. E terzo, trasparenza nella comunicazione al consumatore.
D. Quali sono gli interventi necessari per la lotta alla contraffazione?
R. Ai ministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio abbiamo chiesto di lanciare un grande piano che preveda un maggiore coordinamento di tutti i dicasteri ed enti coinvolti. Pretendendo norme più serie a livello comunitario ed internazionale.
D. Occorrono nuove norme?
R. Alcune aziende estere che operano in Italia sono le stesse che, poi, in Belgio o Francia fanno i cannelloni “mamma mia o zia Maria” con la bandierina verde bianco e rosso, pur non avendo mai visto tali prodotti l’Italia. Serve tolleranza zero già nelle nonne comunitarie, senza nessuna esclusione.
D. Quali sono i punti da mettere ai primi posti per la difesa dell’agro alimentare italiano?
R. Un sistema di etichettatura trasparente e basato su evidenze scientifiche, attenzione alle tutele delle denominazioni nelle regole multilaterali o bilaterali, un’agenzia specializzata nella promozione e tutela come hanno altri Paesi. E poi l’ammodernamento del Paese, basato sulla lotta alla burocrazia.
D. Quale ruolo può giocare la grande distribuzione nella promozione e nella difesa del made in Italy?
R. Oggi la gdo italiana, in molti casi, più che da atteggiamenti speculativi è caratterizzata da inadeguata competitività e tende a coprire la propria inefficienza con pressioni crescenti sui fornitori a monte, industria e agricoltura. Serve più filiera reale e più valorizzazione in vendita dell’italianità e della sua qualità, che è impossibile pensare di svendere al pari di commodities. Richiedere alla filiera efficienza e produttività è corretto, distruggerne il valore con pratiche sleali, tipo doppie aste al ribasso, questo no.
D. Quando è scoppiato il caso Pernigotti si è parlato di necessità di legare un prodotto al territorio. Ma non bastano le denominazioni di origine?
R. Più che ulteriori denominazioni di difficile gestione bisogna introdurre vincoli e paletti verso chi pensa di fare il furbo comprando marchi italiani per andare a fare Made in Italy fuori dai nostri confini. Quello che si produce fuori dai nostri confini non è e non sarà mai Made in Italy.
D. Igp e Dop sono superate?
R. Certo che no! Rappresentano circa il 21% del nostro export che, comunque, rimane per la stragrande maggioranza di qualità e di nicchia anche per gli altri prodotti che rappresentano il restante 80%. Un modello di eccellenza con più componenti, quindi, di cui Dop e Igp sono parte importante seppur non esclusiva.

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