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La Stampa / Specchio

Attualità il vino cinese - Attenti, arriva la grande brodaglia. Tecnologia italiana, grandi vitigni importati. La Cina si lancia nel grande business dell’enologia. Per ora scarsi i risultati. Ma tra vent’anni ... La tecnologia degli impianti, nuovi di zecca, è prevalentemente italiana. Alcune apparecchiature, come i distillatori e le botti in legno di rovere per la conservazione nelle cantine (le celebri barrique), le hanno importate dalla Francia. Così come sono francesi i vitigni, trapiantati una decina di anni fa. Di originale ci sono soltanto i vecchi camion che, eruttano nuvole di nafta, trasportano tonnellate di uva dalle campagne verso i grandi stabilimenti vinicoli annunciati dalle batterie dei fermentatori: silos smisurati, chiusi nei loro involucri di acciaio, allineati come le navate di cattedrali post-moderne.
E’ il vino “taroccato” in formato cinese, il nuovo e imprevedibile terreno sul quale comincia a misurarsi un Paese che ha deciso di raccogliere tutte le sfide. Eccola, l’ultima frontiera del made in China. Creare dal nulla un mercato interno del vino e in prospettiva tentare il colpo su quello estero, ritagliandosi un posto nel business dell’oro rosso. Oggi una scommessa da un miliardo e 300 milioni di cinesi, domani chissà. Come per tutte le cose in Cina, nulla è lasciato al caso. Nella classifica mondiale dei produttori il Paese occupa il decimo posto, con una dozzina di aziende importanti che già macinano utili. Eppure la macchina non è ancora competitiva. I cinesi lo sanno bene: per questo la lunga marcia verso la produzione con la maiuscola è stata pianificata dalle autorità. L’obiettivo è duplice: convertire milioni di cinesi al vino ritagliandogli un posto in tavola a discapito delle bevande tradizionali (dalla birra al popolare Baj Jui, la micidiale grappa di cereali che raggiunge i 52 gradi) e passare alla produzione di qualità. Come? Affidandosi a esperti stranieri e scopiazzando le tecnologie affinate dai big del settore, Italia e Francia in testa. Trovata la squadra, a fare la differenza saranno forti investimenti statali e soprattutto la manodopera a basso costo. Non è un caso che oltreconfine l’esordio sia seguito con attenzione. Se è vero che oggi il paese è ancora all’anno zero o quasi, nessuno sottovaluta la potenzialità di un colosso economico che anche in questo campo dimostra di imparare velocemente. Certo, il cammino promette di essere lungo. In Cina il vino è un lusso per ricchi: il consumo medio pro capite è di un bicchiere l’anno (contro i 40 litri degli italiani) a fronte di una produzione annua di 4 milioni di ettolitri (45-50 milioni in Italia). E comunque, le contraddizioni sono ancora troppe. C’è innanzi tutto un problema di domanda interna – oggi limitata ai ristoranti più costosi e alle grandi catene alberghiere – sul quale le autorità stanno lavorando con una martellante campagna pubblicitaria mirata a esaltare le qualità del vino e i suoi benefici effetti sulla salute. Dal Kinjiang alla Inner Mongolia – la Mongolia interna cinese – non c’è provincia del paese in cui le aziende produttrici non investano in un marketing a tutto campo. E’ il caso del gruppo Suntime International, con sede a 10 chilometri dalla città di Shihezi (nello Xinjiang), nato da appena sei anni e forte di cinque stabilimenti modello che lo qualificano come il principale della Cina: 12 mila ettari di vigneti di proprietà; 70 tipi di vino prodotti da 15 vitigni diversi, con prezzi che oscillano da 1 a 90 euro; 110 milioni di bottiglie l’anno. E un vanto: quello dei aver sempre centrato il primo o il secondo posto nei concorsi nazionali.
La procedura per ottenere la Doc è già stata avviata, la produzione è destinata quasi completamente al mercato interno. Un mercato tutto da inventare conferma Zhao Miss, direttore generale della West Region Winery, una delle grandi cantine cinesi (10 mila tonnellate di uva vinificate ogni anno) assorbite dal gruppo Suntime. Lungo le strade di Pechino, come tra le campagne dimenticate a migliaia di chilometri dalla capitale, è un rincorrersi di cartelloni pubblicitari dove coppie di cinesi molto glamour, occidentalizzati nell’abbigliamento e persino nei tratti somatici, sorridono alzando un calice in formato Sumtime. I primi risultati si vedono: il vino, meglio se rosso, inizia a fare capolino nei chiassosi brindisi che scandiscono le riunioni conviviali tra cinesi. Naturalmente, per chi può permetterselo. Claudio Bonfatti, trapiantato nel Paese da sei anni e socio di una catena di ristoranti italiani, conferma l’interesse: “ “Coltiviamo una ventina di ettari vicino all’aeroporto di Pechino, dove produciamo un po’ di tutto: cabernet, merlot, ma anche sangiovese, barbera, trebbiano, moscato, lambrusco. Da ultimo, il fragolino. Nel 2003 abbiamo raggiunto quota 7 mila bottiglie, distribuite nei nostri ristoranti. E’ un test importante, che conferma il crescente gradimento da parte dei consumatori”. Lavori in corso anche sul fronte della coltura della vite, sottoposta a condizioni ambientali estreme: per consentirle di sopravvivere ai lunghi mesi invernali, quando le campagne sono spazzate dai venti freddi che soffiano da Nord-Ovest, viene sepolta sotto terra. I cinesi vogliono imparare tutto quello che riguarda la filiera del vino, creando nuove opportunità alle aziende italiane specializzate in agricoltura sostenibile: da un’irrigazione più efficace alla corretta potatura; dai tempi della vendemmia alla lotta contro i parassiti. Non è un caso che il tema si sia ritagliato uno spazio nei programmi di cooperazione che vedono impegnati il nostro ministero dell’Ambiente e l’Università di Torino. Con Agroinnova, il centro di competenza universitario nel settore agro-ambientale diretto da Maria Lodovica Gullino, chiamato a fornire la consulenza sul campo. Donato Lanati, titolare del Centro di servizi e ricerca applicata in enologia e Viticoltura (Enosis) fondato sulle colline del Monferrato, non ha dubbi: “I vini cinesi non sono eccezionalmente corposi ma sono vinificati senza difetti. Il loro problema è intervenire sulla materia prima passando alla produzione di qualità, requisito indispensabile per tentare la sfida del sofisticato mercato internazionale dominato da Italia, Francia, stati uniti e movimentato da new entry come Cile e Argentina”. Qualità e varietà per un Paese che, altra contraddizione, invece di privilegiare i ceppi autoctoni si è appiattito su quelli francesi, forti di un blasone impareggiabile. I vitigni diffusi nella zona a più alta vocazione vinicola, lo Tiana Shan, sono lo chardonnay e il riesling per i vini bianchi: il cabernet sauvignon seguito da merlot, syrah e gamais per i rossi. “Errore madornale”, aggiunge lanati, “neoconsulente per Agroinova sul fronte del vino made in China: la vera sfida consiste nell’identificare il vino con il territorio di origine, per quanto estremo, esaltandone le sfumature”. E pensare che anche la Cina può vantare aree elette per la viticoltura. A tre ore di macchina da Urumqi – capoluogo della sterminata provincia dello Xinjiang, lungo lo stesso tragitto già percorso da Marco Polo – si chiude la Grape Valley, ricca di coltivazioni di viti con 12 varietà autoctone differenti. L’irrigazione è garantita dai tunnel costruiti a suo tempo dai musulmani, gli stessi che ancora oggi riversano nei pozzi della vallata acqua limpida dai Ghiacciai dei Monti Bogda Shan. La competitività della Cina è scritta nel suo passato. (arretrato de "Lo Specchio de La Stampa" del 16 ottobre 2004 )

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