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La Stampa / Specchio

Parliamo di genetica col bicchiere in mano ... È stata una coincidenza rara e fortuita a metterci a disposizione i quasi 3.000 vitigni di “bianco” oggi esistenti. I ricercatori dello Csiro di Adelaide (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation, l’omologo del nostro Cnr) hanno infatti scoperto che è stata una combinazione di due mutazioni genetiche avvenute contemporaneamente migliaia di anni fa in una vite dagli acini d’uva rossi (come originariamente erano tutte le viti) a dar vita a una variante con gli acini bianchi, in grado poi di fungere da “antenata” a tutte quelle odierne.
La prima mutazione, a suo tempo scoperta in Giappone, fu quella che interessò il gene che controlla la produzione di antociano, il pigmento rosso-violetto che cobra gli acini neri. Ma ugualmente decisiva è stata una seconda variazione in un altro gene - identificato allo Csiro - coinvolto nella determinazione del colore degli acini e che ha reso possibile la differenziazione in diverse viti dagli acini bianchi: “Se fosse mutato soltanto un gene”, dice Mandy Walzer dello Csiro di Adelaide, “la stragrande maggioranza delle uve sarebbero ancora rosse e non avremmo avuto tutto lo straordinario patrimonio di bianchi di cui possiamo godere oggi”.

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