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La Stampa / Speciale Vinitaly

L’ultima avventura del sughero ... La tappatura tradizionale è tenuta in vita da disciplinari dei grandi vini ma il futuro è dietro l’angolo. Gli ultimi paesi produttori stanno passando al sistema d’imbottigliamento basato sul tappo a vite... A sentire Robert Parker, presto i tappi tradizionali spariranno dal mercato. “Entro il 2015 - è la previsione del guru americano nel suo decalogo sul futuro del vino - la maggioranza delle bottiglie non avrà più tappi di sughero, ma tappi a vite”.
Cosa ne pensa di questa profezia la Gai di Ceresole d’Alba, azienda di macchine imbottigliatrici che, in oltre sessant’anni di attività si è sviluppata nei mercati di tutto il mondo conquistandosi una supremazia pressoché incontrastata? “In Italia, le cose non stanno proprio così - dice l’amministratore delegato Guglielmo Gai, che guida l’azienda insieme con il fratello Giovanni -. Per un motivo molto semplice: l’uso del tappo di sughero è stabilito nel disciplinare di tutti i nostri vini Docg e delle principali Doc. Considerati i nostri tempi burocratici, anche volendo il cambiamento sarà più lento”. Tuttavia, alla Gai sono ben consapevoli che il tappo a vite rappresenta il futuro. “Per la prima volta nella nostra storia, oggi realizziamo più macchine imbottigliatrici con il sistema a vite che con il sughero. Per ora la differenza è minima, 51% contro il 49%, ma è destinata a crescere. Mercati come la Nuova Zelanda, l’Australia e il Sudafrica ci chiedono solo i nuovi modelli, ma anche Sudamerica, Austria e Germania si stanno rapidamente allineando. Solo Italia, Francia e Spagna sono più conservatrici”. La risposta dell’azienda di Ceresole alle nuove esigenze non si è fatta attendere: “Le linee di imbottigliamento sono sempre le stesse, cambia solo la torretta. Molte cantine le possiedono entrambe e possono decidere di volta in volta quale tipo di tappo usare, in base alle esigenze”. Flessibilità è la parola d’ordine di questi tempi. “I clienti ci chiedono strumenti sempre più versatili, in grado di lavorare automaticamente su diversi formati di bottiglie e per lotti anche molto concentrati”. Il mercato, tuttavia, sembra in netta ripresa. “Dopo un 2009 difficile, il 2010 ha dato buoni segnali e negli ultimi sei mesi abbiamo ricevuto un record di ordinazioni che fa ben sperare. L’unico paese che sembra non aver ancora superato le difficoltà è la Spagna”. La Gai può contare su 170 lavoratori e fattura tra i 25 e i 30 milioni di euro all’anno, producendo un migliaio di macchine imbottigliatrici, gioielli di tecnologia e meccanica che costano, in media, 100 mila euro ciascuna. Le hanno comprate i grandi produttori di Barolo e Borgogna e sono entrate nelle cantine di tutto il mondo, dalla California al Sudafrica. Il 70% della produzione va all’estero: Francia (dove dal 1984 è attivo lo stabilimeno Gai France a Le Luc) e Stati Uniti assorbono ognuno il 10%, mentre il resto della produzione va un po’ ovunque, dall’Australia alla Germania. “Abbiamo scelto di puntare sulla qualità - spiega Guglielmo Gai - specializzandoci nel mondo del vino d’eccellenza, senza dimenticare una diversificazione che ci porta anche nei mercati dell’olio, della birra e delle acque minerali. Ogni anno investiamo in ricerca e nuovi macchinari il 25% del fatturato”. Al Vinitaly la Gai sarà presente con una piccola vetrina, dove metterà in mostra alcuni dei suoi gioielli. Ma l’appuntamento principale per chi vorrà conoscere le ultime novità dell’azienda di Ceresole d’Alba è a fine novembre, quando a Milano andrà in scena il biennale Salone internazionale delle macchine per enologia e imbottigliamento.

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