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La Stampa / Speciale Vinitaly

In alto i calici (e via le cravatte) ... Giunto alla sua quarantacinquesima edizione il Vinitaly deve il suo successo a personaggi che vivono la relazione con il nettare di Bacco con passione autentica... II Vinitaly che fa 45 è un percorso che segna tutto il cambiamento del costume nel consumo del vino italiano. Di questi nove lustri, almeno 5 mi appartengono. Il primo Vinitaly fu nel 1984, ma mi inebriai più della vastità degli espositori che di vino. Ero andato per conoscere una realtà che avrei poi raccontato nella tesi di laurea. L’esordio vero e proprio fu nel 1985, quando capitai in un piccolo stand del padiglione 9 dove c’era un caos pazzesco, con bicchieri che giravano vorticosamente, gorgonzola, pane e salame e un medico con la chitarra in mano, tale Paolo Frola da Rocchetta Tanaro. Era lo stand di Giacomo Bologna, già divenuto leggendario fra i frequentatori delle fiere perché a Genova, qualche anno prima, aveva acquistato un mega ventilatore per irrorare a largo raggio l’afrore del tartufo. Giacomo per molti - e io fra questi - fu la sorpresa del Vinitaly: il vino che diventava festa e assaggio colto. E se un anno ti portava ad assaggiare un vino grande, l’anno dopo aveva organizzato una cena sul lago di Garda con Ornella Muti. Per Giacomo si faceva qualsiasi cosa, persino mettere a disposizione un elicottero per averlo in cantina in Franciacorta a fare le “meno venti”. Erano gli anni del boom del vino, e i giornali recensivano stupiti l’epopea della Barbera che portava la firma del Bricco dell’Uccellone, oppure quella di Maurizio Zanella che aveva nobilitato in maniera diversificata la Franciacorta o di Marco de Bartoli con il Marsala. Fenomeni, certo, ma cosa colpiva di quegli anni? Innanzitutto la squadra, il fatto che i produttori di vino vivevano un curioso confronto fra di loro che avrebbe fatto storia. Attorno a Giacomo e a Luigi Veronelli, il maestro della comunicazione del vino, non c’era più la concorrenza, ma la simpatia umana e la stima per la qualità. E il Vinitaly così era davvero “evento”, che ancora faceva parlare il binomio vino-cuore, che nasce molto prima di quello vino-affare. Morto Giacomo, nel 1990, il boom del vino entrava nel suo apice, ma il cronista del bicchiere, ahimè, veniva assalito dai pierre che cercavano di organizzare quello che ognuno pensava potesse diventare “evento”. Giacomo era un evento, proprio perché si calava come una sorpresa; tutto il resto è marketing, più o meno indovinato. In ogni caso, di Vinitaly non me ne son perso uno, mai, registrando ogni volta le tendenze: ci furono gli anni del vino che doveva “saper di legno”, perché così i tedeschi avrebbero comprato e quelli delle tonde e alte gradazioni perché piacevano agli americani. Poi gli anni dell’esordio dei giovani vignaioli che avevano una tensione alla coltivazione pulita e quelli dell’arrivo dei figli nati con il boom degli Anni Novanta, che ora occupano lo stand e dialogano con la gente, e spesso sono coetanei che hanno aperto un wine bar. Ogni Vinitaly ha la sua storia, la sua vivacità, e anche la sua esposizione mediatica, che ha trapassato il metanolo così come le bufale giocate ad arte per mettere il vino sul banco degli imputati. Lo scorso anno, la visita del presidente della Repubblica ha sancito un passaggio storico, che ha messo una pietra sopra ai tentativi di usare questo palcoscenico per fare del facile scandalismo. Il vino è uno dei prodotti che più contraddistinguono il nostro popolo e quasi come un prologo all’Unità d’Italia, Napolitano ha girato fra gli stand e ha bevuto volentieri il Dolcetto di Dogliani, in omaggio a un suo predecessore illustre. Ma, al di là degli sforzi ammirevoli che la Fiera di Verona compie ogni anno per rendere questo appuntamento utile a un’economia, la verità è che il Vinitaly - e Giacomo Bologna insegna - lo può render memorabile ciascuno dei protagonisti. A un patto: che si sciolgano la cravatta e si cavino la giacca. Il vino è ben diverso da qualsiasi altro prodotto: è una cosa autentica e con autenticità va comunicato. E questo va recuperato: si chiama passione umana.

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