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La Stampa

De gustibus disputandum est - Il sapere contadino base insostituibile del mondo rurale ... Ho più volte chiamato in causa, parlando e scrivendo di agricoltura e gastronomia, i «saperi» contadini, le antiche conoscenze che regolavano la vita e il lavoro nelle nostre campagne: i ritmi delle stagioni, le fasi lunari, le «malizie» produttive tramandate di generazione in generazione. Fino a cinquant’anni fa, erano le uniche leggi che governavano la produzione agricola. A questi aspetti si legavano poi i canti, i racconti popolari, le abitudini conviviali e di vita quotidiana. Con la modernizzazione agricola, con la meccanizzazione, con l’esodo dalle campagne che ha portato dal cinquanta al cinque per cento i lavoratori agricoli sul totale della popolazione attiva tutto quest’immenso bagaglio è stato messo in soffitta insieme agli stenti e alle fatiche che un tempo si pativano nel contado. È senz’altro sopravvissuto nei meandri della memoria delle ultime generazioni relazionate a quel cinquanta per cento del secondo dopoguerra, ma sostanzialmente oggi è un patrimonio culturale dimenticato, al massimo relegato nel folclore, ben che vada raccolto e studiato degli etnografi, dagli etnologi e dagli antropologi. Il mio amico Piercarlo Grimaldi, docente universitario a Vercelli, ha pubblicato ricerche interessantissime in questo campo e molti altri ento-antropologi stanno dando il loro valente contributo: ma che ormai si studino queste cose al pari di quelle riguardanti le società primitive o «esotiche», che si parli in maniera quasi sprezzante di «contadinerie», rende bene l’idea di quanto lo sconquasso del mondo agricolo negli ultimi cinque decenni abbia causato danni immensi, anche a livello culturale. Probabilmente, buona parte di questi saperi va davvero ascritta nel capitolo legato alle superstizioni, ma c’è anche chi ha provato a dare loro dignità scientifica, trovando riscontri. In ogni caso, la maggioranza delle persone tende a dare una connotazione strettamente «antiscienfica» e il mondo accademico parla di «cultura con la c minuscola». Di questo passo si rischia però la perdita totale, prima di accorgersi che tali elementi di cultura popolare possono essere fondamentali per ricostituire un mondo rurale moderno, sostenibile, vitale e rinnovato. L’Istituto Ernesto De Martino, con tutti i suoi preziosi archivi, è stato sfrattato dalla sua sede milanese ed è stato costretto a riparare a Sesto Fiorentino fra l’indifferenza generale. Per recuperare la memoria storica dei nostri canti popolari dobbiamo rivolgerci all’estero. Per esempio, pochi mesi fa mi è capitata una cosa molto curiosa: il giorno dopo essere stato a pranzare all’osteria «Armonia» di Baiardo, nell’entroterra ligure, sono partito per un viaggio a San Francisco. Laggiù sono andato in negozio di dischi e mi è caduto l’occhio su una collana chiamata «Italian Treasury»; su di un disco che portava scritto in copertina proprio il nome di Baiardo. Attratto dalla coincidenza ho approfondito e ho scoperto che si trattava di canti liguri registrati per le strade del paese nel 1954 da Alan Lomax, etnomusicologo scomparso da un anno, che ha girato il mondo costruendo un archivio immenso di musiche e canti (visitate il sito alla pagina http://www.rounder.com/rounder/artists/lomax_alan/index.html). Ora, che questo patrimonio (la collana di Lomax spazia in quasi ogni regione italiana e l’archivio non è stato ancora completamente pubblicato in disco) sia conservato negli Stati Uniti, gestito dallo Smithsonian Institute e dall’Università di New York, mi sembra quanto meno assurdo. Lo stesso dicasi del fatto che a Baiardo e dintorni nessuno sa dell’esistenza di questo materiale e che oggi pochissimi hanno memoria di questi canti. Non è soltanto questione di memoria però, e neanche di nostalgia: sono convinto che questa cultura definita «minore» possa ancora avere un valore importante nel mondo odierno e meriti anche soltanto maggior rispetto. E poi, in fondo, sono le nostre radici: qual è il pazzo che le rinnega? Tra l’altro, porterei nel dibattito un dato su cui riflettere. Ho fatto un piccolo e veloce sondaggio tra alcuni grandissimi produttori di vino piemontesi: la stragrande maggioranza di loro, per esempio, imbottiglia abitualmente il vino dopo la luna piena e non c’è verso di fargli cambiare idea. Sarà tutta superstizione?

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