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La Stampa

De gustibus disputandum est - I grandi cru italiani non si devo misurare a palmo ... Una delle caratteristiche principali del vino d’Oltralpe è lo strettissimo legame con il territorio, tanto che la definizione di terroir (alla francese) ha ormai assunto connotazioni molto più precise rispetto al concetto che ne abbiamo noi in Italia. Alla base di questa laison c’è innanzi tutto la storia: un consolidamento della tradizione produttiva che è diventato ufficiale a Bordeaux nel 1855 con le classificazioni dei chateaux e, più tardi, in Borgogna con quelle empiriche dei singoli cru. Se la prima codificazione la dobbiamo alla potente lobby dei commercianti bordolesi e principalmente a regole di mercato che con il tempo si sono poi tradotte anche in specificità territoriali, la seconda invece è più strettamente legata ai terreni, alle vigne e alla storia dei loro proprietari: cioè alle caratteristiche del suolo e alla sua composizione, all’esposizione dei vigneti e a un savoir faire produttivo consolidato negli anni. Tre caratteristiche, queste, che codificano ancora oggi l’eccellenza e che fanno giustizia a quello che è poi uno degli aspetti più interessanti e fascinosi del vino: il fatto che lo stesso vitigno ottenga risultati differenti, anche contrastanti, su due diversi terreni prossimi geograficamente. E queste, badate bene, non sono fisime da degustatore pazzo: è tutto dimostrabile, tutto verificabile con una semplice degustazione comparata. Ogni cru, ogni collina, ogni singola vigna dà al vino qualcosa di particolare: possono esserci cru molto grandi oppure piccolissimi, possono appartenere a più propietari o possono essere denominati «monopole», perché ve ne è soltanto uno. In ogni caso, chi compra sa esattamente cosa si porta a casa: le caratteristiche di un terroir, dov’è ubicato, com’è composto il suolo, chi fa il vino e come lo fa. Quando agli inizi degli Anni ’80 ci siamo messi in testa di realizzare un atlante delle vigne di Langa, di definire i grandi cru del Barolo e del Barbaresco sulle orme dei lavori precedenti di Renato Ratti e d’altri, abbiamo iniziato a fare fotografie aeree, a degustare, a rintracciare attraverso le testimonianze dei contadini più vecchi le specificità d’ogni singola collina, d’ogni singola vigna. Ne è emerso un quadro assimilabile a quello dei grandi cru francesi: abbiamo potuto verificare le differenze del suolo, che l’esposizione delle vigne è determinante, che esiste un consolidamento produttivo con profonde radici storiche. Gli anziani per esempio ci raccontavano che i grandi barolisti sapevano miscelare il vino proveniente dei diversi cru per ottenere la giusta armonia, il giusto blend fra varie caratteristiche: c’era il cru più potente, quello più strutturato, quello più elegante, quello che teneva meglio durante l’invecchiamento. Con la rampante crescita di tutto il settore poi, queste specificità si sono dovute tradurre nell’aspetto legislativo delle sottozone, che in pratica sono diventate ufficialmente i nostri cru: Cannubi, Le Coste, Brunate, Gallina… Una reale garanzia d’eccellenza, in linea con la tradizione di un terroir prestigioso, basata su di una toponomastica con radici storiche antiche (che va rispettata, basta con i nomi di fantasia) e su di una caratterizzazione che ha riscontri nelle scelte e nei risultati produttivi. Una tradizione che, tra l’altro, si sa rivelare anche un’ottima arma commerciale. Oggi però, in clima di riordino delle sottozone, c’è una delibera della giunta regionale piemontese (del 5 marzo 2001) che rischia di confondere tutto. Qui si sostiene che le sottozone devono avere una superficie minima vitata di cinque ettari e che «il riferimento alle sottozone è un’indicazione collettiva», che deve appartenere ad almeno sei diversi proprietari. È assurdo: secondo la norma, se un cru ha una valenza geografica documentabile e la giusta esposizione, non può essere tale se è molto piccolo oppure se è un «monopole», vale a dire se appartiene a un unico proprietario. Immagino i pensieri che passano in testa, tanto per citarne solo due, a Pio Boffa che in questo modo non potrà più indicare il cru Ornate per il suo Barolo, oppure a Bruno Giacosa, che di questo passo dovrà rinunciare al suo Falletto su cui ha lavorato trent’anni. Non capisco perché si sia dovuti arrivare a una legge così insensata, non ci riesco a vedere null’altro che un’ignoranza di fondo e mi schiero totalmente dalla parte dei contrari, come ad esempio il sindaco di Serralunga d’Alba, Nicolas Cabases, che sta svolgendo una meritoria attività d’opposizione. Spesso in Langa arrivano turisti stranieri che conscono a memoria tutti i nomi dei nostri cru, addirittura meglio dei residenti: evidentemente neanche questo basta a dimostrare che, al di là di ogni altra considerazione, una norma di questo tipo è fuori da ogni logica, oltre che profondamente ingiusta. La classica zappa sui piedi, insomma. E voglio sperare che chi ne ha competenza corra al più presto ai ripari, guidato dall’altrettanto classico – e sano – buon senso.

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