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La Stampa

“Attaccare la cultura del bere vuol dire mandarci a rotoli” ... Carlo Bologna dall’osservatorio del suo ristorante a Rocchetta Tanaro, tra le colline coltivate a viti di barbera, un’idea sulle norme antialcol se l’è fatta. “I signori che studiano queste leggi evidentemente hanno tutti l’autista e se ne fregano di dover guidare. La gente normale invece mugugna e subisce. Fosse per me farei una rivoluzione”.

Calma, calma. Quanto incide la paura dell’etilometro nelle scelte della sua clientela?

“Molto e sempre di più. Ho clienti che arrivano da Milano o Genova o anche da più lontano e che hanno rarefatto le uscite proprio perché temono per i punti della patente”.

È diverso l’atteggiamento degli stranieri?

“Dipende. Chi ha un camera d’albergo in zona non si limita troppo. Loro hanno anche abitudini culturali diverse. In un gruppo c’è sempre chi è destinato a guidare e quindi non beve, ma che tristezza. Dico io, come si fa a gustare un piatti dei nostri agnolotti col plin senza vino? Ci rendono tutti più tristi”.

Lei è fratello del grande Giacomo, uno dei leader del rinascimento del vino nel dopo metanolo. Rocchetta Tanaro è un paese ad alto tasso alcolico con numerose patenti ritirate.

“Ci sentiamo sotto schiaffo, ma siamo assolutamente convinti che il vino buono non ha mai fatto male se bevuto a tavola con intelligenza. È la nostra cultura, la nostra storia e non la rinneghiamo. Nelle discoteche i giovani mica bevono vino. Purtroppo”.

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