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La Stampa

“A rischio i soldi per la terra” ... De Castro: i servizi che l’agricoltura rende ai cittadini vanno pagati... Se non si riesce a far capire che la politica agricola non riguarda solo chi lavora nei campi, ma milioni di cittadini europei il futuro del settore corre grossi rischi”, dice Paolo De Castro. Due volte ministro delle Politiche Agricole in Italia, De Castro è ora presidente della Commissione agricoltura al Parlamento europeo, un ruolo la cui importanza è nodale in vista dell’entrata in vigore del principio della “codecisione”. Vuole spiegare che cosa prevede la codecisione?
“Praticamente, in Europa, si instaura una seconda Camera: il Parlamento ha lo stesso potere del Consiglio dei ministri, questo evita le estenuanti maratone a cui ci eravamo, purtroppo, abituati per far passare o bloccare un provvedimento. Ora il dialogo sarà costante e le scelte finali concordate. Politicamente la codecisione dà una spallata alla tanto spesso deprecata tecnocrazia dell’Unione Europea, perché i parlamentari eletti portano con sé le scelte dei territori che rappresentano. È l’inizio di un nuovo, forte, potere decisionale dei cittadini sulle scelte dell’Europa”.
Nonostante ciò, il settore agricolo, ha un futuro a rischio per problemi di bilancio. D’altronde la coperta è corta da qualunque parte la si tiri.
“Certo, ma proprio per questo i fondi destinati all’agricoltura non devono essere considerati un cassetto in cui si possono mettere le mani per risolvere altre necessità, seppur importanti. Va fatto capire che la politica del settore non interessa solo gli addetti ai lavori, ma tutti quei cittadini che chiedono sicurezza alimentare, ambiente sano, coltivazioni sostenibili. Tutte cose che vanno pagate. Se i soldi non bastano a risolvere i problemi che l’Europa ha sul tavolo bisogna ampliare la quota dell’1,2% di Iva che gli Stati membri versano alle casse della Ue. E a chi obiettasse che l’agricoltura riceve 53 miliardi di euro all’anno rispondo che gli Usa, a casa loro, sussidiano il settore con 77 miliardi di dollari e, in Europa, i soldi sono divisi tra circa dieci milioni di agricoltori, mentre, in America, tra soli due milioni”.

L’agricoltura, a partire da quella italiana, ha comunque bisogno di innovarsi e rinnovarsi per reggere il mercato globale. Lei che ricetta ha in proposito?
“Bisogna rendere le imprese più competitive, dar loro appositi strumenti organizzativi, di logistica, di promozione per andare sul mercato. In altre parole bisogna spostare l’angolo di attenzione su tutta la filiera”.
Questo prevede aziende più grandi?

“Non necessariamente, la dimensione aziendale è direttamente proporzionale al livello organizzativo”. Quanto aiuto può venire dall’etichettatura d’origine dei prodotti?

“L’etichettatura è importante, ma non deve essere un dogma ideologico. In proposito la Commissaria all’agricoltura Mariann Fischer Boel ha fatto rilevare che l’etichettatura del latte è stata introdotta nel 2003, ma la cosa non ha certo risolto i problemi degli allevatori”.

E l’agricoltura di prossimità: i farmer market, la spesa a chilometri zero?

“Tutte cose utili, ma l’agricoltura italiana ha bisogno di una robusta iniezione di innovazione organizzativa e logistica. L’ottima bottiglia di vino e il meraviglioso formaggio vanno venduti nel mondo. Il mercato globale offre difficoltà e opportunità. La politica alta deve capire che l’agricoltura non è una nicchia per buongustai, ma un forte settore economico. E come tale va trattato se l’Italia vuole, come si può fare, portare da 24 a 50 i miliardi del suo export agroalimentare”.

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