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La Stampa

“I granai del sapere. Solo così salveremo gli uomini della terra” ... Petrini: “Dobbiamo conibattere la carestia delle idee... Il fondatore di Slow Food... Carlo Petrini? “Una presenza discreta”. Sembra impossibile, tanto più se a dirlo è il suo successore, già da quattro anni, alla presidenza nazionale di Slow Food, Roberto Burdese. Sarà stata l’emozione di parlare davanti agli oltre seicento delegati che fino ad oggi sono riuniti ad Abano Terme per il congresso italiano dell’associazione.

Petrini, troppo timore reverenziale o è davvero diventato discreto?

“Macché, sono semplicemente stato troppo in giro per il mondo, ad occuparmi delle questioni internazionali. E cosi ho così lasciato spazio a un’organizzazione nazionale che è diventata sempre più efficiente e capillare. Al punto che adesso si sente corazzata, pronta ad affrontare un ruolo politico per incidere concretamente sulle scelte territoriali nei nostri settori di competenza”.

Da destra o da sinistra?

“Ma chi se ne frega. Non stiamo né da una parte, né dall’altra. È finita l’epoca in cui eravamo considerati i vivandieri della sinistra, quando eravamo relegati nel settore dello spadellamento. Certo, siamo partiti dal cibo, ma per scoprire che i suoi fondamenti sono quelli della vita stessa. La nostra novità sta nella visione olistica del mondo: le vecchie categorie di pensiero basate sul meccanicismo, sul riduzionismo, sono ormai drammaticamente superate”.

Per partecipare al vostro congresso nazionale, si sono mobilitati due ex ministri alle Politiche Agricole, Luca Zaia e Gianni Alemanno. C’è una particolare sintonia?

“Sono innanzi tutto degli amici e in questi anni si sono creati punti di contatto significativi. La battaglia che loro sostengono contro gli ogm, ad esempio, è un fatto positivo, così come la difesa della biodiversità. Ma la loro presenza è anche il segnale che un movimento come il nostro non può passare inosservato. Non siamo un sindacato e neppure vogliamo esserlo. Per certi versi, miriamo a un ruolo ancora superiore, perché rappresentiamo il punto d’incontro tra il mondo rurale e quello urbano, tra i produttori e i consumatori”.

Quali sono le nuove sfide?

“La prossima battaglia di civiltà sarà perché tutti, indistintamente, abbiano diritto al buono e al bello. Lo di ceva già Sant’Agostino: nutre lo spirito solo ciò che lo rallegra. Slow Food, con la sua rete di oltre centomila soci e 1300 condotte, può dire la sua a livello italiano e internazionale, può schierarsi a difesa della sovranità alimentare, può chiedere all’economia di confrontarsi sulle tematiche dell’agricoltura, della distribuzione. Vogliamo dire la nostra sul rapporto tra lavoro ed ozio e sull’esigenza di rafforzare la reciprocità tra individui. E poi c’è la sfida più grande”.

Quale?

“Rompere il monopolio del sapere tradizionale, che ignora l’oralità e la cultura contadina. Il nuovo obiettivo è creare dei “granai della memoria e dei saperi”. Tutto il movimento è chiamato a raccogliere le testimonianze delle comunità rurali, per evitare che vadano disperse. Un tempo, c’era la memoria orale a garantire la trasmissione di questo tesoro. Oggi servono dei veri e propri granai per combattere la carestia di idee, per contrastare questa cultura dominante e massificata che ha tolto la voce al sapere prezioso dei nostri vecchi. Non voglio lasciare queste battaglie ad altri. Dobbiamo difendere la biodiversità delle culture, restituire la giusta dignità anche alle lingue indigene e ai dialetti”.

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