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La Stampa

Il futuro del bicchiere è la qualità L’estate che ha preceduto la vendemmia 2010 dal punto di vista della comunicazione è stata a dir poco schizofrenica. In un primo tempo si sono levati i peana per esaltare il presunto sorpasso produttivo italiano nei confronti dei vicini francesi. Poi ci si è accorti che questa continua e stucchevole questione della sfida con i transalpini ha poca importanza quando i prezzi delle uve e del vino sono in caduta libera Ora che la vendemmia è chiusa si possono tirare finalmente le somme. Per prima cosa l’Italia non ha superato la Francia, perché alcune regioni molto produttive, Sicilia in primis, hanno raccolto un 20% in meno delle loro potenzianti. Come mai? Gli estirpi programmati e sovvenzionati coni fondi europei hanno iniziato a pesare e a farsi sentire. A questo fenomeno si è aggiunto quello della vendemmia verde e come se non bastasse molti agricoltori hanno deciso di abbandonare la coltivazione delle viti perché i possibili ricavi non avrebbero compensato le spese sostenute. La minor produzione ha avuto una logica conseguenza: la caduta dei prezzi di uva e vino sfuso ha avuto termine e si intravedono segnali di ripresa. Complice una congiuntura che finalmente sembra sorridere ai produttori di vino. Infatti negli Stati Uniti e negli altri paesi importatori di vino italiano stanno crescendo gli ordinativi. A questo punto potrebbe essere molto utile per i produttori capire come affrontare il futuro. Il consiglio che ci sentiamo di dare è quello di fare investimenti mirati a incrementare la qualità dei vini (valorizzando le vigne e il personale che se ne prende cura) e diminuire quelli che poco hanno a che fare con questo obiettivo. Poco utile, ad esempio, la costruzione di cantine costosissime, che poi non sono sostenibili né dal punto di vista ambientale né tanto meno da quello economico. Queste cattedrali di cemento pesano come macigni sui bilanci delle aziende agricole e non cambiano di una virgola il risultato nel bicchiere.

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