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La Stampa

Prosecco e molto marketing sono le nostre armi segrete ... Se le cantine americane sono a secco, possiamo immaginare di rifornire le loro scorte con vino italiano? “Provarci è d’obbligo, riuscirci non è cosa semplice”. Così rispondono i produttori nostrani, di fronte all’improvvisa sete di vino che arriva d’Oltreoceano. “A dire il vero, questa sete non è poi tanto improvvisa” dice Ettore Nicoletto, amministratore delegato del colosso veneto Santa Margherita e presidente di Italia del Vino, consorzio di export che raggruppa undici fra le più importanti realtà italiane del comparto vitivinicolo - da Banfi a Ferrari, Gancia, Marchesi di Barolo e Zonin - e rappresenta il 10% dell’esportazione nazionale. “Le vendemmie scarse in quantità degli ultimi anni e le politiche di calo della produzione attuate in Europa hanno contribuito a ridurre le scorte di vino a livello globale e ad alimentare il mercato dello sfuso, facendo lievitare i prezzi”. Per Domenico Zonin, “in questo momento non c’è un Paese più conveniente di un altro e nessun europeo, neppure la Spagna, è in grado di colmare il deficit degli americani. Ce la giocheremo sulla capacità di vendita e di marketing che sapremo esprimere”. Tuttavia, l’Italia parte da una posizione privilegiata. “Siamo i primi esportatori negli Usa sia a valore, sia a volume - dice ancora Nicoletto -. Dopo aver imposto i brand storici come Chianti classico, Barolo e Amarone, dobbiamo puntare su quei vitìgni che sono diventati dei cavalli di battaglia come il Pinot grigio e il Prosecco e valorizzare le varietà autoctone che arrivano in particolare da Sicilia, Puglia e Campania. Sulle varietà internazionali stile Chardonnay e Cabernet Sauvignon non saremo mai competitivi”. Il fenomeno Prosecco può fare d’esempio: “L’export verso gli Usa l’anno scorso è cresciuto dell’89% e negli ultimi cinque mesi abbiamo registrato un ulteriore +50%”, dice Giancarlo Vettorello, direttore del Consorzio del Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene. “Portiamo Oltreoceano circa 11 milioni di bottiglie, tre delle quali di Superiore Docg: è un mercato promettente, più di Cina ed Estremo Oriente, perché gli americani stanno scoprendo il nostro stile di vita e di consumo, come l’aperitivo. Da atto celebrativo, il vino sta diventando sempre più momento d’incontro e di socialità”. Anche il Moscato d’Asti ha vissuto un’impennata entusiasmante negli Usa. “L’anno scorso la crescita è stata del 35%, portandoci a 11 milioni di bottiglie vendute - ricorda Giorgio Bosticco, direttore del Consorzio dell’Asti -. Ma nei primi mesi del 2012 abbiamo registrato una brusca frenata, con un calo del 17%. Non sottovaluterei affatto il rischio recessione e la contrazione dei consumi che si sta manifestando”. Un calo da cui finora sono stati esenti i grandi rossi, Barolo, Chianti Classico e Brunello in prima filai Ma anche il Nobile di Montepulciano. “Tre anni fa abbiamo iniziato una massiccia campagna di promozione e ora stiamo raccogliendo i frutti - dice il direttore del Consorzio, Paolo Solini -. Puntiamo a far diventare gli Usa il principale mercato d’esportazione, con una quota del 20%”.

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