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La Stampa

Indagine su”re Barolo” riverito e incompreso ... I produttori: “Deve scendere dagli scaffali alti e proporsi di più” ... Se fosse un personaggio pubblico, sarebbe Mario Monti. Serio, rigoroso, autorevole, proprio come il Barolo. A dirlo è il professor Renato Mannheimer, che ieri pomeriggio al Museo del Vino di Barolo ha presentato i risultati di un’indagine sui consumi di questo vino, condotta con l’Ispo intervistando 50 importanti ristoratori e altrettanti enotecari italiani. Una ricerca commissionata dall’Accademia del Barolo per capire meglio le ragioni della scelta del <(re dei vini” da parte del cliente, l’andamento dei consumi con l’individuazione del profilo degli acquirenti e l’impatto della crisi economica sulle vendite. I risultati un po’ sorprendono, un po’ confermano. Non stupisce il fatto che al ristorante i clienti siano ancora molto tradizionalisti e preferiscano abbinare il Barolo alle “solite” carni rosse e formaggi. E neppure c’è da meravigliarsi se chi è pronto a spendere più di 50 euro per una bottiglia è un intenditore, un cliente che chiede un’etichetta specifica e non un Barolo in generale. È una piacevole sorpresa, invece, constatare che al ristorante non c’è bisogno di eventi speciali per scegliere il Barolo: “È sufficiente la volontà di bere un buon vino” dice Mannheimer. E aggiunge: “Abbinamento con i piatti scelti, notorietà del produttore e prezzo sono i tre elementi più influenti nella scelta di una bottiglia di Barolo”. L’identikit del consumatore fornito dall’indagine descrive un cliente più saltuario in enoteca e più assiduo al ristorante, diviso a metà tra italiani e stranieri, anche se i primi sono più “appassionati” e i secondi più “interessati”. E la crisi? “Incide, ma non troppo” svela ancora Mannheimer. “Più di un quarto degli intervistati ha notato una diminuzione del consumo di Barolo, a causa dei prezzi elevati. Ma le previsioni per il futuro da parte degli addetti ai lavori sono abbastanza ottimistiche”. E questa è una buona notizia, soprattutto considerando che oggi l’Italia è il mercato più difficile per il re delle Langhe. “All’estero - dice il presidente dell’Accademia del BaroIo, Gianni Gagliardo - la situazione è migliore: il Barolo di qualità è definitivamente entrato nella ristretta cerchia dei grandi vini del mondo”. Ciò è avvenuto grazie alla sua eleganza e longevità, ma anche alla sua relativa economicità. “Chi a Hong Kong spende 300 euro per un buon Barolo, è abituato a spenderne anche 900 per un Bordaux - spiegano dall’Accademia -. Il nostro compito è conquistare maggiore spazio nel mercato del lusso”. Uno spazio ampio, se è vero che solo negli Stati Uniti il giro d’affari di chi è disposto a pagare oltre 50 dollari per una bottiglia di vino vale 3,2 miliardi di dollari. E che in Cina o in Brasile il ritmo di crescita dei wine-lowers danarosi è sorprendente. “Ma per scalare qualche posizione nei confronti dei francesi e degli altri rivali, non possiamo certo continuare a proporre abbinamenti con la selvaggina e i formaggi stagionati. Occorre svecchiare l’immagine polverosa del Barolo e farlo scendere dagli scaffali alti, rendendolo un vino da bere con maggiore frequenza, senza nulla togliere al suo prestigio, alla sua storia e alla qualità”.

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