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La Stampa

Perché salvare la Terra è un buon affare ... Sostenibilità ecologica e bilanci in utile: sostenibilità possibile anche in tempi di crisi ... La Terra, all’inizio del terzo millennio della storia degli uomini moderni, è sempre più nell’era dell’Antropocene e sempre meno capace di ospitare nuovi individui della specie Homo. Che però inevitabilmente ci saranno e, anzi, arriveranno presto a otto o nove miliardi. E avranno certo esigenze sempre maggiori, con il dubbio che non tutti potranno raggiungere il livello di benessere dei Paesi più ricchi. Anzi, con la certezza che, se i più ricchi sono sempre più ricchi, è solo perché i più poveri sono sempre più poveri. Questo vale, per esempio, nell’alimentazione: se tutti i cinesi volessero mangiare il pesce che mangiano i giapponesi ci vorrebbero oggi 100 milioni di tonnellate di pescato all’anno, cioè quasi tutto il pesce estratto dai mari del mondo (110 milioni di tonnellate). E vale nell’energia, questione cruciale di un pianeta preso dentro un “ecological crunch” come mai se ne erano visti prima. Se tutti i cinesi volessero guidare un’automobile (e perché non due, poi?), ci vorrebbero oltre 60 milioni di barili di petrolio al giorno: e oggi se ne estraggono, nel mondo intero, poco più di 80. Come a dire che noi occidentali ricchi e benestanti possiamo possedere due auto a testa perché, per ciascuno di noi, ci sono ancora venti cinesi che vanno in bicicletta. Celebrare l’ennesima giornata della Terra oggi equivale a prendere ancora una volta atto cli questo contesto, ma se vogliamo rendere quest’occasione finalmente diversa, bisogna chiederci se siamo in grado di cambiare lo scenario e se tutto questo comporterà cambiamenti epocali o catastrofici. Gli economisti ragionano a malincuore su questi temi, ma dovranno rassegnarsi al fatto che l’economia è un sottosistema della biosfera, e, se quest’ultima non è sana, nemmeno l’economia può esserlo a lungo. Il capitale che si ricava dall’ambiente naturale è per definizione immutabile e la sostituzione tecnologica è un’illusione. E in questo contesto non ci si può nemmeno più affidare alla crescita del Pil, visto che si tratta di un parametro fuorviante perché non tiene conto del deterioramento del contesto: il Pil cinese cresce anche grazie a una nuova centrale a carbone al mese, ma il carbone è l’esempio primo di una crescita per definizione limitata. D’altro canto oggi il volume d’affari generato dalle tecnologie pulite per produrre energia è più che raddoppiato rispetto al 2008 (200 miliardi di euro). E la Cina vende, da sola, tecnologie di questo tipo per circa 60 miliardi di euro: una gran parte del mercato (poi Usa, Germania, Danimarca e Brasile). Le “clean technologies” cinesi rappresentano oggi I’1,7% del Pil nazionale: in Europa solo lo 0,4 e ciò basta a rendersi conto della differenza, anche in prospettiva. Nel campo delle Ict, le Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, HP Dell, Nokia, ma anche Apple, Panasonic, Philips, Sony sono fra le prime 10 aziende del mondo per sostenibilità ecologica senza avere fatturati in perdita. Nord Stream garantisce l’approvvigionamento di 100 milioni di europei (55 miliardi di metri cubi/anno) ottimizzando i percorsi e monitorandoli costantemente: così sono più efficienti, evitano al Vecchio Continente di tornare al nucleare, garantiscono la transizione attraverso il gas alle rinnovabili e guadagnano più dei concorrenti. Perfino i più grandi inquinatori di tutti, i colossi chimici come Du Pont, hanno rinunciato ai solventi e utilizzano vernici ad acqua risparmiando 7000 tonnellate di emissioni nocive all’anno. E non sembra si tratti di aziende in crisi. L’attuale crisi economica è sostanzialmente anche una crisi ecologica, ma quello di cui non abbiamo davvero bisogno è che le nazioni del mondo si facciano prendere dal panico, rinuncino a combattere il cambiamento climatico e non pongano argine alla fine delle risorse. Quello di cui non abbiamo bisogno è di una classe imprenditrice (duole dirlo, soprattutto italica) che non è capace del coraggio di investire nell’innovazione veramente utile e nella ricerca. Quello di cui, infine, non abbiamo bisogno è di cittadini che nascondano la testa sotto la sabbia sperando che la crisi passi come è arrivata. Non sarà così: la crisi delle risorse e delle fonti di energia nasce dalle condizioni fisiche del pianeta Terra in presenza di una moltitudine di umani come mal prima. Queste condizioni non possono essere mutate se non con una diminuzione, naturale e sul lungo termine, dei numeri della massa umana e delle esigenze sprecone di una sua parte. Nel frattempo si possono coniugare i buoni propositi ecologici con un guadagno che, finalmente, sia quasi privo di sensi di colpa. Almeno di quelli verso il pianeta.

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