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La Stampa

Boroli Wine Forum ad Alba ... Fare o non fare “comunicazione”? Il dilemma dei vignaioli globali ... Quanto incide nel fatturato la voce “comunicazione” per una celebre Maison de Champagne come Krug? “Il 20% del nostro volume d’affari” è la risposta che arriva direttamente da Margareth Henriquez, presidente e Ceo della casa di Reims. E per un altrettanto celebre barolista come Roberto Voerzio? “Meno dello 0,1%. Non avevamo nemmeno un sito web, poi mio figlio ha insistito tanto e alla fine ho ceduto” risponde candido il produttore di La Morra.
Il confronto con l’estero
In queste due affermazioni si può trovare la sintesi della sesta edizione del Boroli Wine Forum, andato in scena venerdì pomeriggio sulle colline che circondano Alba. Ospiti di SiI- vano e Achille Boroli e stimolati dall’editore di Spirito di Vino, Franz Botré, alcuni tra i più influenti interpreti del vino mondiale si sono confrontati sul “valore della comunicazione” anche come strategia per l’export, facendo emergere un mosaico complesso e differente quanto possono esserlo un calice di bollicine francesi e un blend della Napa Valley.
Per la Ceo di Krug “il consumatore di oggi va dritto al cuore, cerca verità, storia e passione. Nessun grande prodotto, neppure il migliore, ha un futuro senza una buona strategia di comunicazione. Le informazioni tecniche, i punteggi dei critici si dimenticano presto: le vicende degli uomini e donne che hanno reso grande Krug, il sa- per donare un’emozione e un piacere esclusivo, Invece, vengono ricordati indelebilmente dai nostri clienti”. Anche Pierre Godé, vicepresidente del gruppo del lusso francese Lvmh di cui Krug stessa fa parte, ha insistito nel definire “il vino un prodotto complesso, frutto di cultura e passione. La comunicazione ha valore se
riesce a trasmettere tutti questi elementi ogni volta che il consumatore si accinge ad aprire una bottiglia”.
Pressoché agli antipodi l’esperienza dei barolisti Pio Boffa, a capo dell’albese Pio Cesare, e di Roberto Voerzio, meno di 60 mila bottiglie l’anno vendute tutte ancor prima che i critici riescano a recensirle. “Ho iniziato trent’anni fa con 2,5 ettari dl vigneto - ha detto il produttore lamorrese -. e non potevo far altro che scegliere la strada della sostanza. Ogni mia bottiglia deve essere messaggera di se stessa: i primi viaggi li ho fatti nel 2011 e cerco di imitarli, anche perché non parlo l’inglese”. Diverso e pragmatico l’approccio del californiano Larry Turley, che produce 36 vini da oltre 50 tenute. “Da noi - ha detto al Wine Forum - c’è ancora sete di scoperta e di avventura. Facciamo il vino che ci piace bere e che la gente può permettersi di comprare”. Le altre strategie
E se Enrico Viglierchio, generai manager di Castello Banfi a Montalcino, ha stimato del 5% la quota Investita nella comunicazione, per Ornellaia di Bolgheri si sale al 7,5%. “Parte dell’investimento - ha detto il Ceo Giovanni Geddes da Filicaja - va al progetto “Vendemmia d’artista”, grazie al quale leghiamo il carattere specifico di ogni annata con un’opera d’arte”.
Strategie differenti e in continua evoluzione, cosa come lo sono i nuovi consumatori, sempre più preparati ed esigenti, amanti della semplicità e delle belle storie. Poco importa se vivono a Milano, New York o Singapore: hanno pieno accesso alle informazioni e si influenza- no a livello globale, grazie ai social media. Basterà lo 0,1% in comunicazione, per convincerli a bere italiano?

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