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La Verità

Il Rosso Piceno che insegna a ripartire dopo l’aluvione … Ribollono i pentoloni di maccheroni con la salsiccia, è la benfinita! Ovunque si è vendemmiato c’è questo rito della solidarietà tra i filari: il pranzo collettivo. Ancor più oggi conviene stringersi in comunità d’affetti per condividere il vino: simbolo dell’alleanza tra gli uomini e tra gli uomini e il Creato. Perciò celebro il Roggio del Filare, forse il migliore tra i Rosso Piceno che si producono. Nasce da vigna antica sulle colline ascolane e lo officia Angiolina (Piotti) Velenosi - oggi affiancata dai figli Marianna e Matteo -che definire la vestale del vino delle Marche è poco. La sua cantina produce quasi tutte le Doc marchigiane con ottima performance anche tra i vini d’Abruzzo, è artefice del boom della Passerina spumante, ha rilanciato il Pecorino e ha un catalogo di rossi tra Offida, Montepulciano e Lacrima di Morro d’Alba di gran pregio. L’ultima produzione sono gli spumanti in rosa e notevoli bottiglie da coltivazioni biologiche. Ma oggi il motivo per degustare il Roggio, oltre al puro piacere del vino, è un altro. È sostenere idealmente tutti i viticoltori marchigiani colpiti dall’alluvione che ha azzerato vigne e raccolti nella zona del Verdicchio dei Castelli di Jesi, e si è reiterata con piogge torrenziali sulle colline ascolane e maceratesi pregiudicando anche, in parte, la raccolta delle olive. E la Velenosi fa - come gran parte dei vignaioli delle Marche - anche un ottimo extravergine. E un esercizio di solidarietà per chi come Angiolina con i vini (un bianco e un rosso) dell’Orto di Paolo ha accettato la sfida di produrre e portare sul mercato bottiglie benefiche che nascono dalla fatica di vendemmia dei ragazzi autistici dell’Orto di Paolo, un centro per l’aiuto ai ragazzi disabili di Ascoli Piceno. Ecco perciò e a maggior ragione il Roggio del Filare. Nasce da Montepulciano e Sangiovese, fa 18 mesi di legno piccolo e al bicchiere è rubino intenso. All’olfatto è mora, sentore d’alloro e sottobosco, con sfumatura di vaniglia. Al palato è nerbo e carezza: entra deciso, il tannino è docile e dolce, il finale sostenuto con ritorni balsamici inebrianti. Un grande rosso vestito di aristocrazia rurale. Da carni in griglia, piccione, formaggi duri, vincisgrassi e paste salsate. Per me impeccabile con capocollo di maiale arrosto.

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