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L'Espresso

Piccoli vignaioli crescono … Diciotto nuove imprese agricole under 35 al giorno. Contro il rischio frammentazione, l’antidoto è fare rete. Mentre i big puntano alle concetrazioni per l’export… Francesco e Nicoletta hanno deciso nel 2015 di tornare a Pantelleria e avviare la loro azienda; 25 anni lui, 28 lei. Nessuna tradizione vinicola in famiglia, nessuna possibilità di investimenti importanti. Si parla di vino, tra grandi poli in consolidamento, piccoli artigiani e medie imprese in difficoltà. Si parla di vino come di molti altri settori, di una situazione sempre più faticosa e della necessità di misure e obiettivi precisi, sia a livello aziendale che legislativo. “A 14 anni ho avuto proprio una vocazione”, dice Francesco. “A una cena, un cugino portò un dépliant sull’enologia e sentii che dovevo fare quello; mi sono laureato e ho iniziato collaborazioni in Italia e all’estero. È stata l’ultima esperienza in Nuova Zelanda ad aprirmi gli occhi: ero nella cantina Seresin e iniziò a maturarmi forte il desiderio di tornare, di trasferire quelle esperienze a casa mia”. Così nasce Tanca Nica, azienda che produce oggi circa 4mila bottiglie da un paio di ettari. Francesco Ferreri è originario dell’isola; la compagna, Nicoletta Pecorelli, sarda. Tanca Nica è una delle piccolissime realtà agricole fondate da giovani produttori. Come molti, hanno dovuto iniziare facendo anche altri lavori, rinunciando a cene o viaggi, e creando pian piano l’azienda, tra i rimproveri di genitori più favorevoli a scelte meno rischiose da consulenti piuttosto che una ripartenza da contadini. Oggi sono riusciti a prendere un mutuo per costruire non la loro casa, ma la loro cantina. Secondo un’analisi della Coldiretti, nel 2021 sono nate 18 nuove imprese agricole under 35 al giorno, con un incremento del 2 per cento in cinque anni. Parlare di ritorno alla terra, dovuto alla pandemia o alla crisi, è esagerato, ma concreto è invece considerare oggi tra i lavori possibili quelli di vignaiolo o agricoltore. Parallelamente, si stanno consolidando anche in Italia alcuni agglomerati, sul modello delle realtà che già dominano il settore internazionalmente. È di inizio mese la notizia dell’acquisto della storica cantina Isole e Olena, nel Chianti Classico, da parte della holding francese Epi, la stessa che nel 2016 ha comprato Biondi Santi, altro pilastro della viticoltura toscana, azienda simbolo di Montalcino e creatrice del Brunello. Varie movimentazioni ci sono state tra le principali aziende vitivinicole italiane: Italian Wine Brands spa si è, per esempio, rafforzata acquisendo Enoitalia e raddoppiando il fatturato 2021 a 423,6 milioni, piazzandosi al secondo posto nella classifica dei grandi gruppi. Il fondo Clessidra ha preso il controllo di Botter e Mondodelvino, confermando l’intenzione di voler continuare nella creazione di un forte polo vinicolo. Ambizioni simili ha Prosit, la partecipata dal Made in Italy Fund (Quadrivio & Pambianco). Anche famiglie storiche come Frescobaldi o Antinori si sono riorganizzate, la prima aprendo tra l’altro un ufficio nella Bordeaux dei negociant, per rafforzare la rete vendite nel mondo, la seconda acquisendo la friulana Jermann. Sono soltanto alcune di una serie di acquisizioni e fusioni di holding, fondi d’investimento e grandi gruppi vinicoli italiani, andate in porto negli ultimi anni.Intanto, i vini Biondi Santi sono già saliti nelle quotazioni e importanti operazioni sono state fatte sia nel potenziamento del marchio sia per quanto riguarda gli investimenti in vigna e cantina.
Questi agglomerati, oltre ad avere grandi possibilità d’investimento, possono sfruttare una potente rete internazionale commerciale e di competenze, necessaria oggi per concorrere sui mercati esteri. (Approfondisce su questo punto il report Ismea “Il mercato del vino in Italia e nel mondo prima e dopo il Covid-19”). La frammentazione delle aziende italiane è tema ricorrente: la superficie media è di circa 2 ettari, contro i 30 in California o i 19 in Francia, dove in dieci anni sono scomparse 11mila aziende vinicole, il 16 per cento. Anche in Italia, si legge nel rapporto, la pandemia e i problemi connessi hanno «riportato in auge questa problematica e sono stati parecchi i produttori e i manager che in questi mesi hanno imputato alla dimensione troppo ridotta delle aziende una gran parte delle problematiche attuali del settore. Alcuni hanno anche chiesto un intervento del legislatore al fine di agevolare la possibilità delle imprese di aumentare le loro dimensioni». Un percorso di concentrazione inevitabile, ma anche di polarizzazione verso i due estremi di microazienda o grande gruppo, con molte realtà di mezzo in difficoltà a definire la propria identità e svincolarsi dagli aiuti. Le dinamiche e i campi di gioco sono imparagonabili, tanto che qualsiasi contrapposizione o confronto avrebbe poco senso, se non fosse però che gli adempimenti e il sistema di incentivi e contributi sono gli stessi. “A livello burocratico ti fanno impazzire. Devi davvero amare quello che fai”, dice Francesco. “Il mio lavoro a Pantelleria richiede circa 800 ore ad ettaro se vuoi gestire in biologico. Per dare un’idea, produttori capaci in Sicilia hanno un tempo di lavoro stimato su circa 150 ore. Noi siamo sempre in campagna, gestire tutte le fasi è impossibile e dobbiamo per forza trascurare qualcosa; noi trascuriamo la parte commerciale. Per fortuna, avendo poche bottiglie, lavoriamo su assegnazione e finiamo il vino prima che esca”. Il caso di Francesco è estremo, essendo Pantelleria un territorio difficile da lavorare, ma i suoi sono problemi comuni a tanti produttori. Chi ha una dimensione artigianale, oltretutto in zone periferiche, non può contare sull’aiuto di agronomi o consulenti validi. Le pratiche e la burocrazia occupano una mole di ore ingente del lavoro quotidiano e i tanti sostegni a disposizione non sono sempre adeguati, diventando più importanti man mano che l’azienda cresce in dimensioni e capacità d’investimento. Il piano nazionale di sostegno al settore vitivinicolo può contare su circa 324 milioni di euro all’anno di fondi comunitari, distribuiti alle regioni secondo vari parametri. La Toscana, per esempio, ha al momento attivi bandi per investimenti in imprese agricole (un Psr da 26 milioni), un Ocm da 9 milioni per il miglioramento delle attrezzature vitivinicole, 2 milioni sull’innovazione in agricoltura, oltre agli Ocm vino promozione in Paesi terzi in arrivo, i fondi della promozione Strade del Vino e quelli paralleli del Pnrr. Sono cifre importanti, alcune concesse a fondo perduto, altre con un contributo in percentuale in base all’investimento. In alcuni casi sono previste soglie d’investimento minime. Elia Lamberti, Livio Craveri e Giovanni Cismondi sono piemontesi e hanno fondato a febbraio 2020 l’azienda Braccia Rese. Nessuno di loro superava i trent’anni. Partecipano alla fiera Tutto in un Sorso a Montalcino. Sono tre ragazzi molto entusiasti, un designer, un geometra e un enologo che gestiscono oggi insieme quasi due ettari, dividendosi i compiti. Il portavoce è Livio: “Per noi gli incentivi sono stati molto importanti per partire. Soprattutto gli sgravi Inps per i ragazzi sotto i 35 anni e il fondo Insediamento giovani, 35 mila euro a fondo perduto che abbiamo utilizzato per piantare un nuovo vigneto”. È lui che si occupa di monitorare i finanziamenti: “Ci sono grandi aiuti per chi inizia ma se non tieni sempre tutto sott’occhio rischi di perderli. A un giovane consiglierei prima di tutto un corso di gestione aziendale, a me per fortuna aiuta la mia ragazza che ha studiato queste cose altrimenti sarebbe stato difficile”. Ad altri finanziamenti, non sono interessati o non possono accedere, come gli Ocm in Paesi extra europei o gli aiuti per comprare attrezzature troppo costose anche con il rimborso di una parte. “È importante avere produttori in zona a sostegno che all’inizio prestano macchinari o mettono a disposizione la cantina ai giovani”. Proprio al tavolo a fianco c’è Stefano Amerighi, noto produttore di Cortona, in provincia di Arezzo, e presidente del consorzio Vini Cortona. All’attivo qualche vendemmia in più e qualche giovane già formato: “In Italia oggi ci sono due grandi scogli: quello burocratico ed economico iniziale e quello di essere introdotti nella rete di giuste collaborazioni. Tra burocrazia, diritti di reimpianto, permessi, Asl, certificazioni, serve comunque una passione molto forte”. Secondo Amerighi, per sostenere ancora di più le aziende medio piccole, in alcuni casi sarebbe utile spostare fondi dalla promozione internazionale ad altri aiuti per insediamenti o un altro tipo di promozione. “Un terzo punto fondamentale è comunque quello della visione personale, dell’originalità. I giovani non devono replicare progetti già esistenti ma andare a cercare idee nuove. Il momento è buono per questi progetti, c’è futuro per i piccolissimi artigiani, ma soltanto se originali”. Da lui sono passati alcuni ragazzi che dopo qualche anno si sono staccati avviando le proprie microaziende, potendo contare sulla rete di competenze e contatti sviluppata nel periodo di pratica. Anche per Francesco è stata fondamentale la rete: “Il tutto si è sbloccato per me quando ho conosciuto Sandro Sangiorgi (giornalista e scrittore): mi ha dato fiducia, mi ha fatto capire che non ero solo e messo in contatto con tanti produttori con cui oggi mi confronto. Conosci quella poesia di Danilo Dolci “Ciascuno cresce solo se sognato”? Significa che, se qualcuno sogna insieme a te, e ti sogna, allora cresci”. Come parte di una comunità, che condivide speranze, concretezza e, senza paura di perdere niente di proprio, anche i sogni dell’altro. E forse è proprio in questo che tante microaziende italiane sono più capaci delle medie.

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