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Libero

Consorzi e denominazioni d’origine da rifondare … Riesplode a livello nazionale il dibattito sulle denominazioni d’origine dei vini, sull’iter di certificazione, sulle commissioni di degustazione e sui passaggi formali e burocratici che spesso servono solo a promuovere tutti nell’interesse dei grossi poli e non a fare selezione a tutela dei piccoli produttori. Si è tornati ad affrontare il tema durante la presentazione di Slow Wine 2023, la guida vini di Slow Food, svoltasi a Milano. L’Italia ha 419 denominazioni d’origine per i vini, 341 Doc e 78 Docg, con il Piemonte a fare da capofila dal punto di vista numerico. Ci sono denominazioni insensate, altre inconsistenti sul piano numerico, tante non sono promuovibili né all’estero né in Italia per una presenza sul mercato che non va oltre una singola provincia, ma la sensazione è che il procedimento per riconoscerle somigli solo a un “favore politico” figlio d’altri tempi, per dire a tutti di essere “bravi”, “storici”, “qualitativi” e “identitari”. E come prendere un maiale e pretendere di farne tutta coppa. Al dibattito di Slow Food si è parlato di denominazioni-macedonia di ricaduta, denominazioni fantasma, denominazioni troppo rigide. Nessuno dubita del valore che deriva da una denominazione ben concepita e ben utilizzata ma è ora di finirla di nascondersi dietro a un dito. Il cammino delle Doc italiane parte nel 1963 nell’affannoso inseguimento dei cugini francesi (che però intesero con le loro “appellation” dire dove si potesse e dove non si potesse fare vitivinicoltura di qualità in Francia; una cosa un po’ diversa dal “buono tutto” dell’Italia). L’intento delle denominazioni italiane era impedire abusi nella produzione e nel commercio dei vini, oltre a legare vino e territorio. Qualcosa non deve aver funzionato se su molti scaffali si osservano oggi prezzi che sono un vero vilipendio alle denominazioni d’origine che non sono marchi privati, come il nome dell’azienda, ma marchi collettivi, ovvero do vrebbero appartenere a tutti i produttori di un determinato territorio, a partire dai piccoli. Alla fine sono purtroppo ancora i grandi imbottigliatori, a dettare legge a suon di volumi e di relazioni fitte fitte con la politica di settore ed entrando a piedi uniti nella govemance dei consorzi di tutela, ormai ridotti all’ombra di ciò che dovevano originariamente essere. Se chiedi una cosa al consorzio sul fronte prezzi e tutela ti dicono che certi passaggi non spettano a loro, che c’è un altro ente preposto. Se osservi scandali del vino che sviliscono una denominazione e tutto un territorio ti rispondono tutti che non spettava a loro prevenire, non è mai colpa di nessuno. I prezzi bassi a scaffale? Indovinate: colpa di nessuno anche quelli. Ma allora se l’attuale sistema consorzi, degustazioni e certificazioni è così inutile e impotente perché non smantellarlo e rifondare un sistema che funzioni? Alla fine a pagare burocrati, yes-men e “pali vestiti”, anche lautamente, è sempre il mondo della produzione.

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