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Allegrini 2018

Libero

Alla scoperta del nettare rosso dell’Olimpo ... Da Capo Rizzuto a Crucoli lungo l’incantevole costa ionica della Calabria per incontrare il Cirò, uno dei vini più antichi d’Italia... Un gesto antico, una passione ardente, una terra atavica, un universo ribollente d’umori, d’amori; solatio e remoto. Aulente e piccante. Scorre dal finestrino una campagna che pare senza tempo: uno spazio indefinito sospeso tra l’immensità dello Jonio, un mare epico, e le altezze di Sila. Intorno vestigia punteggiano l’orizzonte a ricordare i viaggi omerici dei coloni greci che vennero qua a fondare una vita nova. C’è un distico che si potrebbe oggi riscrivere traversando la campagna calabra: La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. Riscriverlo per smentirlo, con i fatti, con le percezioni attuali. C’è nella terra, nel mare, nel turismo, nella voglia di fare che si sente tra queste vigne infinite, fra questi scogli d’incanto, tra questi monumenti al tempo che sono i castelli, le colonne doriche, il dialetto arabesh un profumo di speranza. Dunque piuttosto consapevolezza, ma non disperazione, né tanto meno rassegnazione. Almeno non quella che Corrado Alvaro, ormai remoto alla Calabria dal suo buen retiro viterbese, aveva consegnato come una premonizione inquieta al suo Ultimo diario. Non si può partire per la terra di Calabria senza’avere intasca l’Odissea e Gente di Aspromonte, non lo si può fare se si vanno cercando i giacenti del nettare dell’Olimpo; il Cirò forse il vino più antico d’Italia, diretto discendente del Kirimisa, il Cremissa destinato a celebrare le vittorie irradiate dal sacro fuoco d’Olimpia.

Si narra che Milone di Crotone, per sei volte trionfatore nei “giochi”, ne fosse il più ardente consumatore. Tanta remota gloria può giacere sopita per lungo tempo? È questo l’interrogativo che percorre oggi chi ancora qua, sia pure con il massimo possibile delle tecnologie, suda la vigna. C’è quel ritratto della Pigiatrice d’Uva, novella quasi verghiana, di Alvaro che compendia e al medesimo tempo, parafrasa, l’emozione enoica della Calabria. Questo vino, il Cirò, è passione e gelosia, è amore e fatica, è scoperta e dedizione. È un frutto raro e antico e come tale merita rispetto. Ma per capirne la magia bisogna trascorrere la sua terra, che lo genera, e bisogna comprendere gli uomini che lo fanno. Solo dopo aver conosciuto l’incanto della costa jonica calabrese, in quel pezzo che va da Capo Rizzuto fino a Cirò Marina per poi comprendere un anello che si arrampica verso Crucoli, lambisce quel paradiso di natura che è la Sila e ridiscende verso Crotone da Petilia Policastro, si può interamente comprendere l’anima di questo frutto del Gaglioppo, un vitigno che sfuma la sua origine nella leggenda.

C’è aperto un dibattito tra chi vuole ad ogni costo dare al Cirò un abito più moderno e di tendenza attraverso l’uso di vitigni internazionali, e chi, e sono la stragrande maggioranza dei ventisette produttori che partecipano dalla Denominazione di origine controllata, la prima della Calabria, invece vuole esaltare al massimo l’identità di questo vino preservando, studiando, migliorando, se possibile, il Gaglioppo. Sta in questo dibattito come sta nella Pigiatrice d’Uva, un condensato delle contraddizioni del mondo rurale. In più oggi acuite da una moda del vino che sembra volerlo sradicare del tutto dal suo essere completamente prodotto agricolo. Per buona sorte e intelletto collettivo a Cirò, Cirò Marina, Melissa e Crucoli, la zona di produzione del Cirò Doc, stanno tenendo la barra al centro della difesa dell’identità di questo vino. Semmai hanno scoperto una nuova formula, e del resto per chi discende da Pitagora, che a lungo visse a Kroton, internazionalizzare l’autoctono.

Ridare insomma al Cirò, in tutte e tre le sue declinazioni - come rosso di media struttura, ampio bouquet, assoluta piacevolezza e tannini franchi e morbi al tempo stesso, come bianco che nasce dal Greco che ha sentori di campi in fiore, note d’agrumi (e la Calabria profuma ovunque del bergamotto: essenza paradisiaca) e freschezza di brezze marine, e come rosato di eccelsa modernità sensoriale - il posto che gli è consono, e gli è dovuto, tra i grandi vini del mondo. In forza di due sue caratteristiche inconfondibili: la bellezza della sua terra, la magnificenza della sua storia. Ed inseguendo i sentori del Cirò che si scopre questo pezzo di Calabria. Un itinerario polisensoriale dacché niente è trascurabile: non i colori che spaziano dal giallo ocra del grano (questo era considerato il granaio della Calabria) al verde nero delle foreste, dallo zaffiro dello Jonio, al rosso mattone dei castelli fino alle musiche dialettali che si sentono qua e là nell’intrecciarsi d’un parlar fitto, talvolta concitato, certo remotissimo. Si parte da Capo Rizzuto dove non si può non rimanere estasiali da Le Castella, un mastio che sembra sospeso sull’acqua. E in un’infinita riviera che è naturalissima, bellissima e atavica, anche se si percepisce la modernità agiata dei villaggi turistici sorti finalmente a rendere fruibile questo bello assoluto, s’arriva a Crotone. La città merita più di una sosta perché ha in serbo vestigia meravigliose e mette in confidenza con la Storia. Basta soffermarsi a Capocolonna la Sunion italiana. Un’area archeologica di fascino incomparabile. E poi c’è il Castello di Carlo V e la città vecchia.

E infine quel lungomare da cui sembra di scorgere, quasi un miraggio, giungere ancora le triremi dei Feaci. Ma è oltre che il Cirò ha la sua culla. Ed ecco Cirò Marina, qui le vigne sembrano coprire tutto e volersi gettare nel mare a cui contendono l’orizzonte. Cirò Marina è una spiaggia bellissima e una colonia antichissima. Basta aggirarsi tra i Mercati Saraceni, e religiosamente sostare a Punta Alice davanti a ciò che resta del tempio di Apollo per sentirsi in confidenza col tempo. Meglio se si approfitta di uno dei tanti wine bar del lungomare per porsi in armonia con il Cirò bianco da accompagnare con la “sardella”, neonata di pesce azzuffo con abbondante incontro di peperoncino, con il Cirò rosso da gustare una scaglia di pecorino crotonese, con il Cirò rosato da sorseggiare con una sopressata o con una gelatina, salume silano straordinariamente antico. L’itinerario non può non continuare fino al castello di Cirò seguendo le parallele dei filari e poi inoltrarsi a Melissa
e da lì risalire verso Crucoli a scoprire una ruralità capace di offrire un sentimento autentico: la gioia.

Le Bottiglie al top

Ronco dei Quattroventi. Ronco dei Quattroventi è uno dei massimi Cirò Rosso. Ha profondità e nerbo in un bouquet finissimo e armonico. (20 Euro).

Rosso Arcano

Senatore fa un ottimo Cirò. Questa riserva, 18 mesi di barrique, è fine al palato giustamente tannica. Ottimo con carni arrosto (17 euro).

Santa Venere

Di Santa Venere abbiamo scelto il Cirò Bianco, Greco in purezza, per la freschezza e le inebrianti note agrumate. Da pesce (7 euro).

Duca San Felice

Librandi è il Cirò. Il Duca San Felice è ampio al naso, elegante al palato, di grande personalità. Da arrosti e selvaggina (9 euro).

Rosato Enotria

Da Enotria un rosato che può essere un grande vino per l’estate. Profumo di rosa e melograno, notevole freschezza al palato (7 euro).

Ripe di Falco

Ripe di Falco di Ippolito è bottiglia che marca il territorio. Buona struttura con buoquet fine e persistente (27 euro).

Cirò Bianco

Da Iuzzolini un’altra notevolissima interpretazione del Greco che ha freschezza di erbe aromatiche. Da crostacei (10 euro).

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