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Libero

Recessione e mercato globale hanno azzoppato l’agricoltura ... Da Angelo Gaja, uno dei leader del vino mondiale, produttore di bottiglie mito in quel di Barbaresco con vigne anche a Montalcino e a Bolgheri riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione sull’agricoltura di qualità italiana.

La crisi viene da lontano, ha colpito duro e non è colpa dei produttori se li ha colti impreparati non essendo riusciti a prevederla per tempo. Del resto neppure i premi Nobel dell’economia ne sono
stati capaci. Il consumatore, di fronte alla riduzione del potere d’acquisto, ha abbassato anche la
soglia del desiderio, anziché acquistare le eccellenze si è accontentato del buono quanto basta, che costa molto meno. Così fra i prodotti tipici italiani a soffrire di più sono stati quelli con un prezzo di fascia medio-alta. Ha invece beneficiato della crisi il falso agroalimentare, con parvenza italiana, ma prodotto altrove, guadagnando mercato sia all’estero sia in Italia. Cosa fare? Sui rimedi i suggerimenti si sprecano. Ci dicono: fare più qualità ma per vino, olio, Parmigiano... la qualità media non è mai stata così elevata come adesso. Ci raccomandano migliore rapporto prezzo-qualità, ma si sono ormai fatti diventare buoni anche i vini offerti al pubblico a due euro a bottiglia. Qualcun altro suggerisce: chilometro zero, ma in realtà è solo un palliativo, che sprona però i contadini a confrontarsi con il mercato, ad essere più intraprendenti ed aiuta i consumatori a capire di più della stagionalità dei prodotti agricoli. Ci sono poi i suggerimenti del tipo: accorciare la filiera. Prima però occorre che i produttori si uniscano per aggregare l’offerta. Egualmente c’è chi grida no agli Ogm ed è un errore perché invece il divieto va superato. Piuttosto vanno educati gli agricoltori ad essere virtuosi ed i consumatori a riconoscere e premiarne i prodotti attraverso norme di etichettatura adeguate. Invece alcuni suggerimenti hanno un fondamento ma vanno attentamente
valutati. È vero che ci vuole più marketing perché sono ancora troppi gli operatori agricoli che si
vantano di non fare marketing, ma per sostenere la domanda non servono promozioni nazionali finanziate dal pubblico. In Italia ci pensano già i produttori, il sostegno pubblico va destinato ai mercati esteri. E questo affinché l’export diventi un’ossessione, ma perché accada, anche in questo
caso, occorre però favorire la crescita imprenditoriale proteggendo i marchi italiani sui mercati esteri che è un’altra misura urgentitissima. Per combattere la falsificazione si può e si deve fare di più. E tuttavia se la crisi non allenta la morsa qualsivoglia rimedio perderà di efficacia. Resta la cronica assenza sui mercati esteri della presenza di catene di supermercati (italiani e non) capaci di valorizzare le eccellenze dell’agroalimentare di casa nostra. Perciò assume grande significato
l’apertura di Eataly a New York avvenuta in questi giorni: nella “grande mela” i migliori prodotti del mangiare& bere italiano saliranno su di un palcoscenico capace di esaltarne valore ed immagine e di costruirne la domanda. E tuttavia serve un “progetto per il futuro”. Nella situazione di mercato attuale i più fragili sono i produttori artigiani che costituiscono la stragrande maggioranza delle micro e piccole imprese italiane. Occorrono progetti atti a proteggere e valorizzare il lavoro degli artigiani. Da un anno la discussione s’è accesa attorno al marchio Made in Italy che vuol dire una cosa mentre il contenuto ne svela spesso un’altra. È una contraddizione impossibile da eliminare
avendo, le aziende che hanno delocalizzato, meritoriamente contribuito all’affermazione del Made in Italy sui mercati internazionali. Per gli artigiani potrebbe servire di più mettere in cantiere un nuovo progetto: ottenere che il prodotto interamente realizzato in Italia abbia la facoltà (non l’obbligo) di essere contraddistinto da un logo, da un simbolo fatto realizzare dal più bravo dei designer italiani, da affiancare oppure no al Made in Italy. Che comporti l’assunzione da parte del produttore dell’impegno (autocertificazione) di svolgere le fasi di lavorazione interamente in Italia, con totalità di materia prima di provenienza italiana soltanto per l’agroalimentare. Il progetto andrà
sostenuto da una campagna di informazione atta ad istruire il consumatore sul significato del simbolo. Nel progetto vanno coinvolti non soltanto gli artigiani, ma anche le associazioni sindacali e quelle degli esercizi commerciali: l’interesse di proteggere il lavoro eseguito in Italia coinvolge tutti.

Angelo Gaja.

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