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Libero

Quel Dolcetto del Presidente Un rosso laico perla “trifola ... Tra Langa e Monferrato... Nasce sui colli di Dogliani il vino che piaceva a Einaudi. Ma si produce dal 1500... C’è quel decreto del ministro Galan che pesa come un groppo sulla coscienza: distillazione di crisi. E ci sarebbe molto da discutere perché il Piemonte debba ricorrere a questo sacrificio, soprattutto considerando che si avviano, mesti, agli alambicchi due emblemi della più autentica identità di questa benedetta terra da vigne: il Dolcetto e la Barbera. Mi rifiuto - da appassionato del vino - di pensare che non possa esserci sufficiente mercato per queste bottiglie che profumano di buono e di antico, che sono la vera essenza dell’anima rurale della Langa e del Monferrato. Mi vien fatto di considerare che c’è qualcosa di storto nell’immagine, nel modo di consumare, nello stile del vino contemporaneo. Ci rifletto su mentre nelle segrete del cinquecentesco palazzo municipale che fu convento carmelitano di Dogliani, la culla del Dolcetto che anche nel nome del paese (si dice che derivi da la Coppa di Giano e tutto si spiega) riecheggia la sua vocazione enoica, degusto il frutto di questa terra langotta così misteriosa, così straniante, così capace di generare nostalgie. Sono una trentina le etichette esposte in questa bellissima “Bottega del vino” voluta dai comuni della zona di produzione del Dolcetto (oltre a Dogliani, Bastia, Belvedere Langhe, Clavesana, Cigliè, Farigliano, Monchiero, Rocca Cigliè e parte di Roddino e Somano) come beauobourg della produzione più autentica. I locali sono austeri e accoglienti insieme (in Piazza San Paolo nel cuore antico di Dogliani, tel: 0173 742260) e ora che s’approssima il periodo dei tartufi la degustazione è possibile tutta la settimana da sole a sole. Alba, del resto, è a due passi e il Dolcetto è il vino più tartufilo esistente. Mi fanno notare: e il Barolo? E il Barbaresco? Ne disputo con un gruppo di giovanotti che hanno la loro bella guida che va per la maggiore (o andava? Mah) sotto il braccio e hanno un’aria da saputelli: quelli che se l’enologo non è di grido, se il tal criticone non ne ha parlato bene allora il vino non è un granché. Come dire: non ho opinioni e allora mi accodo. Certo, meglio ragazzi che abboccano allo show-biz di Bacco che quelli che proprio non sanno cosa sia il vino. Il fatto è che questi non sanno cos’è la campagna. Capisco perché la distillazione di crisi: il Dolcetto è troppo popolare per essere capace di entusiasmare i criticoni. Certo c’è Dolcetto e Dolcetto, dacché questo vitigno al pari del Grignolino, della Freisa e della Barbera è endemico del Piemonte. Questo di Dogliani è semplicemente superlativo. Insisto nel dire che con il tartufo non trovo di meglio. La prova sta in un tajarin che assaggio dopo qualche ora. Devo accontentarmi, si fa per dire, di condirli con dei porcini perché il “bianco” al secolo tuber magnatum pico non è ancora commercializzato (ma già lo hanno cavato) e il Dolcetto che ho scelto per accompagnarli. mi si rivela inebriante. Ha quel giusto tannino, quel sentore di sottobosco, quasi un leggero muschiato, quella nuance di fragolina, questo è anche ben armonico nell’alcolicità che di solito va un po’ per la tangente nel Dolcetto e poi ha una certa austerità. Ma ha struttura misurata: ecco perché con il tartufo mi sembra che vada a nozze, perché pervade e non invade. Giovane è brillante, quasi croccante, talvolta un po’ troppo vigoroso e allora l’affinamento di un paio d’anni tra grande botte e bottiglia lo ammorbidisce conferendogli maggiore eleganza anche se ne diminuisce l’immediatezza. É un vino dall’anima antica che certo non può piacere a chi poco ne capisce perché si fa abbindolare dagli estratti d’uva da falegnameria e da profumeria. D’altra parte è figlio della medesima terra, starei per dire della medesima civiltà contadina di Langa. Quello che ho degustato di sicuro non finirà in distilleria. Penso che i meccanismi economici siano sbagliati. Lo penserebbe anche il maggiore cantore, produttore, sostenitore del dolcetto di Dogliani (che storicamente prese le mosse dai favori accordatogli dal Marchese di Saluzzo e se ne attesta la produzione almeno dal 1500 anche se probabilmente è vino franco-carolingio) che fu Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica Italiana, cervello economico finissimo, ottimo narratore e intimamente e infinitamente lingotto. Mi pare che questo Dolcetto abbia davvero un’anima repubblicana, perciò laica, che sia contro tutti gli strapoteri. Compreso nel caso del vino quello mediatico. Ed ecco che accostarlo all’aristocratico (per via dei prezzi dacché l’origine del consumo è tutt’altro che nobile) tartufo mi sembra un esercizio di democrazia gastronomica. Alla faccia dà i voti senza mai essere andato alla scuola della terra.

Le bottiglie ... Anna Maria Abbona Dogliani Maioli... Uno dei due Dolcetto di questa tradizionalissima cantina. Il Maioli è intenso al naso di piccoli frutti rossi e robusto al palato. Da carne (euro 12). Pod, Einaudi Dolcetto i Filari... È la bottiglia storica di questa denominazione quella fatta dal Presidente. Elegante al palato al naso regala piccoli frutti (euro 14). Chionetti Dolcetto Briccolero...Una delle massime espressioni del Dolcetto. Ha toni f loreali e speziati.Al palato è di trama finissima, elegante e austero (euro 11,50). Peccherino Dogliani Siri D’Jermu... Ampiezza di frutto rosso tra la ciliegia e la mora al naso. Grandissima bottiglia a piccolo prezzo (euro 12).

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