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Allegrini 2018

Libero

… Chianti, profumo di viole in Terra di Siena ... Alla ricerca del Chianti Colli Senesi
Un “super Tuscan” anti-sistema… Dai vitigni di Sangiovese e Ciliegiolo (con minime aggiunte di Merlot) un vino di sublime spontaneità … Mi scorre nelle vene - così dice sfumata genealogia - sangue fiorentino, pare da un millennio. E perciò fatico a spiegarmi com’ io quando mi trovo a Siena senta richiami ancestrali. È una città, quella della balzana bianco e nera, che orgogliosamente
porta a insegna la Lupa, difficilmente penetrabile. Ha un mistero antico che non disvela ad occhi profani, che, anzi, restano abbagliati da una bellezza fiera e solare al tempo medesimo. Come se il Campo fosse un magnete di ogni emozione, come se in quella conchiglia di Saint Jaques ornata di marmi e di ammattonati si raccogliessero i desideri d’armonia di tutto l’universo. E pensare che è proscenio di una fierissima guerra: il Palio. Che intender non lo può chi non è di Siena. È la stessa distanza concettuale che separa l’apparenza dall’essenza. Da anni mi arrovello a pigliare tra le mani l’anima di Siena. A penetrarne il misterioso fascino. Sento di appartenerle e con Mario Luzi mi ripeto: “Mi parla Siena”. È quello il titolo di una delle raccolte poetiche più dense e puntute, più intimamente descrittive che il genio luziano abbia prodotto. Ed è al tempo stesso un viatico per comprendere questa città e le sue terre. Non bisogna interrogarla Siena, non va indagata, ma bisogna lasciarsene prendere, bisogna farsi sedurre dal suo femmineo vigore e consentire che ella sussurri prima ai sensi e poi alla ragione la sua identità. Mi trovo a ragionare così appena s’è spento un certame gastronomico che è andato in scena tra i miei affetti più cari qui all’Enoteca dei Terzi, a due passi dal Campo, a tre passi dal Duomo che resta di una bellezza totalizzante, a un amen dal Santa Maria della Scala “spedale” medievale che oggi è una raccolta invidiabile della summa dell’arte come la Pinacoteca dove tra Dietisalve di Speme, Duccio, i Lorenzetti mi si squaderna il secolo d’oro, quel 3-400 in cui Siena fu stupor mundi, a un tiro di schioppo da via dei Banchi Nuovi e dalla sede storica del Monte dei Paschi di Siena. Ecco in un fazzoletto di metri quadrati un’enormità di valori. E ai “Terzi” dove Michele Internato fa da croupier al gioco dei sapori e dei sentimenti si dipana la narrazione di quella Siena misterica e intima che vo cercando. Incombe la cronaca - le difficoltà dell’Univ ersità, altro vanto antico della città, gli intrecci politici - eppure il nostro ragionare che ha fatto da prologo ad un viaggio esaltante nel bello delle Terre di Siena è incentrato su ciò che da questi luoghi parla al cuore: il vino. Ne abbiamo discusso pacatamente con Vittorio Galgani, l’ex presidente della Camera di Commercio che ora siede in Fondazione Montepaschi ma è stato l’anima e il propulsore della nuova vincente immagine dell’economia senese ivi compresa l’agricoltura che qui è parte di reddito e di nobiltà notevole, con il mio amico fraterno Alessandro Regoli capace di innovare da Montalcino la comunicazione del vino, con Mauro Rosati che da Qualivita ha aperto nuovi modi di parlare di prodotti della terra. E siamo concordi su di una cosa: c’è oggi attorno al vino un eccesso mediatico che ne deprime la vera anima. Così mi son permesso di ordinare una bottiglia di Chianti Colli Senesi. Mi hanno guardato torto. Ma come? In un una terra che conta Brunello, Nobile, i grandi rossi noti come Supertuscan, alcuni Chianti Classico che vanno oltre la perfezione tu ti “accontenti” di un Colli Senesi? Sì, vivaddio, perché l’anima di queste terre risiede nella sublime spontaneità, nella freschezza, nell’autenticità di questo estratto di Sangiovese, di Ciliegiolo, talvolta ancora di Colorino con minime aggiunte di Merlot quando capita per addolcirlo. Sta in queste bottiglie che possono sposarsi con scottiglia e cinghiale, con prosciutto di Cinta e Pici, con pecorini
di Pienza (giovani) e bruschetta d’olio di Seggiano senza nessun contrasto. È il Chianti Colli Senesi un vino vero e antisistema. Nel senso che non ha paludamenti, ma solo una fiera, gentile, superba identità territoriale. E mi piace - in questa terra che ancora si ricorda di Montaperti - il suo inebriante profumo di viola che tanto mi ricorda Firenze. Sono bottiglie che si possono bere sotto i dieci euro (qualcuno azzarda anche la Riserva, ce ne sono di buone ma a me pare che il Chianti Colli senesi debba essere giovane per esimersi al meglio come un paggio cortese che mena l’immaginazione nostra a visitar l’eterno fascino di queste colline e del loro immenso patrimonio
d’arte) e che ridanno al vino ciò che intimamente del vino: d’essere compagno di convivio e viatico del bello senza sovrammettersi a nulla, ma lasciando libero l’animo. Così mi diparto da questa Siena opima e inquieta verso il suo universo. Andro prima di tutto a Castelnuovo Berardenga, bellissima, dove il vino viene profumato di calcare e di mammola. Non si può non conoscere la
Berardenga (fu feudo imperiale e ancora questa fierezza le rimane addosso) in alternanza alla sua selva se si vuole respirare le terre di Siena. Da lì eccomi a Gaiole, poi a Radda e poi infine a Castellina dove andrò a visitare per l’ennesima volta l’atelier di Andrea Rondini uno dei massimi fotografi di paesaggio d’Italia e certo l’uomo che ha meglio ritratto il Chianti tra i suoi contemporanei. Sono questi mercatali medievali del Chianti dove accanto a manieri e pievi ancora senti il pulsare di una vita nobilmente rurale. L’oceano di vigne si alterna con il verdeggiare delle roverelle, dei corbezzoli. E’ il Chianti senese un archetipo della ruralità, assai diverso dal Chianti fiorentino leccato e di una molle eleganza. Quello senese è un Chianti Romanico al cospetto di un Chianti fiorentino quasi Barocco. E me ne accorgo arrivando a Brolio (il Castello del Barone di Ferro, il nume tutelare del Chianti) con quell’anfiteatro di vigne che per merito di Francesco Ricasoli oggi è ancora integro, con quella foresta d’alberi che pare un condensato della biodiversità
del mondo. E me ne accorgo andando da Marco Pallanti al Castello di Ama dove il Medioevo dialoga con l’arte contemporanea e lo sento intimamente in quell’incanto di Badia a Coltibuono. E’ un viaggio contrappuntato di continue emozioni tra la Storia, e il presente, tra la natura e il sogno. La fortuna è di compierlo adesso tra profumi di mosti, tra via vai di trattori, tra asprigni sentori di olive appena frante, tra profumi di griglia e di funghi. Questo anello del bello non può non sfociare a San Gimignano dove la Vernaccia langue, ma i rossi s’avanzano e dove tutto è arte e dove Riccardo Falchini mi ricorda con il suo Campora quanta potenza ha questo territorio, non può non
intersecare Colle di Val d’Elsa dove Arnolfo di Cambio ha illuminato di nuove proporzioni
l’architettura, non può rinunciare a Monteriggioni, la corona ferra turrita che cinge in un fulcro di pietre l’essenza di Toscana. Così di lontano rivedo la torre del Mangia e, in fondo a quel bicchiere di Chianti, torna a parlarmi Siena. Col verso soave di un eterna bellezza.

Le bottiglie

Casabianca Riserva Belsedere… Nome intrigante per una riserva di Chianti Senese che è profonda, ma al tempo stessa fresca e armonica. Vino di pregio (euro 25)

Cecchi Chianti… Una bottiglia classica per la dinastia di vignaioli senesi che ha conquistato il mondo. Sangiovese in purezza, di immediata espressività (euro 9)

Fattoria di Felsina Cast. Farnetella… Da una delle massime cantine chiantigiane
un Chianti da Sangiovese quasi in purezza che è un’elegia della toscanità (Euro 9, 50)

Montenidoli Il Garrulo… Tradizionalissimo Chianti Colli Senesi che regala al naso mammola e marasca e al palato si presenta fine e persistente (euro 12)

Rocca delle Macìe Rubizzogli… Zingarelli fanno di questa bottiglia un emblema. È l’anima più vera del Chianti senese. Si beve ottimamente a piccolo prezzo (euro 8)

Salcheto Colli Senesi… Angina storica, bottiglia emblematica. Questo Chianti Colli Senesi fa della bevibilità la sua più accurata virtù. Davvero Notevole (euro 9)


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