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Libero

L’Europa ci frega le vigne ... C’è una “Libia” tra le vigne. Non è una guerra, anche se le conseguenze potrebbero essere disastrose, ma è l’ennesima dimostrazione della babele d’Europa. Per capire bisogna cominciare a ragionare di geopolitica anche nelle faccende di agricoltura. In sintesi: con la nuova Ocm (Organizzazione comune di mercato) che entra in vigore nel 2015 (mancano solo quattro anni e chi fa vigna sa che 48 mesi sono un niente) l’Europa liberalizza i vigneti, anche quelli destinati a produrre Doc o Dcg (che si chiameranno poi Dop). Vuol dire che chiunque può piantare vigna dove gli pare e quanta gliene pare. A prendere questa misura è la stessa Europa che ci ha fatto pagare un sacco di quattrini, provocando tra l’altro non pochi sconquassi politici, per lo sforamento delle quote latte a un paese, l’Italia, che deve importare metà del suo fabbisogno di “succo di mucca” per - ché nelle quote sono compresi anche le migliaia di tonnellate che servono a produrre Parmigiano Reggiano o Grana Padano che essendo Dop devono essere fatti con latte nazionale. Ma la faccenda delle vigne è ancora più seria. Perché da quando è in vigore il regime delle quote del vigneto si è assistito a un mercato - talvolta border line rispetto alla legalità - dei cosiddetti diritti di reimpianto. Insomma se io volevo fare vigna in una zona Doc e quella zona era satura dovevo far spiantare le vigne in un’altra Doc e comprarmi il diritto a rimettere a dimora le mie viti. Il regime delle quote del vigneto ha avuto in tutti questi anni due conseguenze: il vigneto Italia in venti anni è passato da 1,6 milioni di ettari di superficie coltivata a poco meno degli 800 mila attuali. La seconda conseguenza: i prezzi dei terreni sono lievitati in maniera esponenziale. In alcuni terroir di pregio (Alto Adige, Trentino, parte della Toscana, nelle Langhe, in Collio) un ettaro con i diritti è arrivato a costare anche un milione di euro! E la patrimonializzazione - e per conseguenza anche la concessione dei crediti - della cantine è parametrata su quei valori. Ora - ma se ne parla da dieci anni - l’Europa ha deciso per il liberi tutti. Contro questa misura sono scesi in campo direttamente Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. Francia e Germania vogliono bloccare la liberalizzazione così come gli spagnoli e gli ungheresi. E anche gli italiani sono perfettamente consapevoli del rischio che corrono. Solo che l’Italia a Bruxelles non si è fatta sentire. Per la verità il ministro Giancarlo Galan lasciando il dicastero delle Politiche Agricole ha dichiarato: “Ci schiereremo contro questa misura”. Poi ha chiuso la porta e si è trasferito al ministero dei Beni culturali (auguri!) lasciando la patata bollente al neoministro Saverio Romano (buon lavoro) che è il terzo titolare in tre anni del ministero agricolo. E forse con la nostra afasia europea anche questo c’entra. Romano in una sua dichiarazione d’insediamento ha detto: “Questo è il ministero che ha fatto l’Unità d’Italia: fu di Cavour, fece le bonifiche delle risaie e la riforma agraria. Sento il peso di questa responsabilità “. Ecco, se sente il peso di questa responsabilità provi a farsi invitare il 4 aprile a Parigi nel vertice franco-tedesco sulla faccenda delle vigne libere. Perché noi italiani - per dirla con un refrain storico dei Nomadi - “noi non ci saremo”. Eccolo il risvolto “libico”. Si sta saldando anche a livello di politiche agricole un asse franco-tedesco che tende a tagliare fuori i paesi mediterranei. Ma le conseguenze per noi della liberalizzazione delle vigne (improvviso crollo del valore fondiario, surplus di produzione, incremento delle contraffazioni e via discorrendo) sarebbero ancor più funeste che per i francesi e i tedeschi. Che in ossequio ad un’attenta geopolitica si stanno già comprando vigna in Cina, in Africa e nella fascia baltica per poter produrre lì, al di fuori dei confini europei e servire i mercati emergenti dell’estremo oriente. Cose che noi italiani non abbiamo fatto. La faccenda delle vigne in libertà peraltro ha messo in evidenza l’estrema debolezza del nostro sistema vino: parcellizzato in troppe associazioni, con una babele di posizioni di cui a Bruxelles nessuno si è preoccupato di fare la sintesi. A fronte di un settore che ha esportato per 4 miliardi di euro, che vale 12 miliardi di fatturato e milioni di posti di lavoro. Tra poco più di una settimana apre il Vinitaly. Avremo il nuovo ministro. Speriamo che alla terza volta qualcuno si occupi di difendere la vigna italiana. Quella vigna che l’Europa ci frega in ossequio verso i nuovi entrati - da Malta a Cipro, dalla Bulgaria alla Romania alla Slovenia - che hanno tutto l’interesse a produrre vino come più loro aggrada per aggredirci sul mercato globale. Alla faccia dell’Unione!

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