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Libero

I 25mila piccoli produttori sono la nostra forza ... Il modello italiano... Il vino italiano, con questo 45° Vinitaly, come accade potrei dire da sempre, si celebra e si specchia. Si celebra nei suoi indubbi successi, ma si specchia anche nei suoi (atavici?) problemi. Tre sono le questioni che mi pare l’attualità ci proponga e sulle quale tutti dovremmo riflettere. La prima è lo squilibrio tra mercato interno e mercato estero, la seconda è se stiamo dando, attraverso la comunicazione e la promozione, il vero valore al vino e lo stiamo sostenendo con azioni efficaci, la terza è se le ragione dei successi che abbiamo sui mercati esteri sono strutturali o contingenti.
Dico subito che il mercato interno non po’ essere abbandonato. Spetta ai produttori medesimi
applicarsi per conoscere le dinamiche dei mercati e scegliere se, come e quando affrontarli. Mercato interno e mercato estero sono complementari. Ancorché diversi per dimensione sono i leader dei diversi settori, Santa Margherita, Campari, Armani, Barilla, Ferrero... ad insegnare che il mercato interno va curato con attenzione. E certo per curarlo a dovere serve una buona comunicazione. A loro modo infatti i produttori comunicano tutti. In Italia i giornalisti che occasionalmente o abitualmente scrivono del vino sono più di 1.500. Sono più di 500 le cantine che organizzano premi
giornalistici. Oltre 50 le guide che giudicano i vini. Vino nei convegni, turismo del vino, vino in piazza, vino alla radio ed in televisione, di vino si disserta sui blog... Il mondo del vino sprizza vivacità, fa gola ai politici che sono interessati al territorio e al turismo, alle associazioni che offrono servizi, alla finanza che vorrebbe trovare il modo di entrarci. Ci siamo ormai abituati a questo frastuono, non sappiamo farne a meno. E tuttavia è venuto il momento, di domandarsi se
tutto questo abbia una reale incidenza sulle scelte di consumo. È cioè necessario che ad ogni azione promozionale corrisponda una concreta opportunità commerciale. Siamo in molti a ritenere che parte delle sovvenzioni pubbliche destinate alla promozione vengano sprecate. C’è chi propone di farle convergere in una unica cabina di regia. Come evitare che diventi l’ennesimo carrozzone al servizio di politici e di qualche privilegiato? Chi la guiderebbe? Da dove gli deriverebbe l’autorevolezza? Sarebbe capace di lavorare nell’interesse di tutte le categorie? Io avrei una mia ricetta: per abbassare i decibel servirebbe tagliare il 50% delle sovvenzioni destinate alla promozione e orientarle alla formazione di soggetti destinati a svolgere attività di rappresentanza
sui mercati esteri. Un’altra azione che mi sembra ineludibile è quella di dare maggiore impulso
all’apertura di scuole di formazione di chef di cucina italiana nei paesi del Bric. Il rapporto cucina italiana-vino italiano è infatti il miglior veicolo per aprire i mercati. Che vi sia bisogno di azioni di questo tipo, cioè di una qualificazione dei valori del vino italiano, dello stile italiano attraverso una qualificazione degli operatori è da una parte una buona pratica, ma dall’altra un’esigenza dettata dalle contingenze. Proprio nel momento in cui il trend dell’export è in crescita servono azioni che consolidino questa tendenza. Finora l’export si è retto sul fatto che le cantine italiane, abituali esportatrici, hanno contribuito a costruire nel tempo una domanda che non va soltanto a loro esclusivo beneficio, ma rimbalza in Italia ad opera di importatori che vengono alla ricerca di altri
produttori italiani in grado di fornire loro vini delle stesse tipologie ma meno cari, oppure di migliore qualità, oppure più esclusivi. Vinitaly è il palcoscenico del vino italiano al servizio degli importatori provenienti dal mondo. Da anni l’Italia è il primo paese esportatore di vino in volume e lo è stato ancor più nel 2010; la Francia lo è in valore. La Francia, che in volume nel 2010 ha esportato il 50% in meno dell’Italia, se non vuole espiantare vigneti dovrà esportare di più. L’Italia, che vende sui mercati esteri con un prezzo medio per litro di 2,5 volte inferiore a quello francese, deve cercare di vendere meglio e per farlo occorrerà
migliorare sia la qualità sia il marketing. Però il successo dell’Italia è innegabile. A chi va il merito? Alle varietà autoctone? Al territorio? Questi sono fattori della produzione. Il merito va ai 35.000 produttori di vino italiano di cui oltre 25.000 artigiani dalle dimensioni medio-piccole molti dei
quali si applicano con sacrificio, passione, entusiasmo, intraprendenza. Succede abbastanza spesso che i vini degli artigiani vengano accreditati per la loro qualità contribuendo così a consolidare l’immagine del vino italiano. Gli artigiani sono complementari alle cantine di grandi volumi alle
quali vendono all’ingrosso la totalità o parte del vino che producono. È un sistema ottimamente integrato che ha funzionato. La frammentazione della produzione vinicola è caratteristica dei paesi europei, il nuovo mondo ha altre peculiarità. La manfrina dell’Italia del vino inadeguata a competere a causa della frammentazione della produzione e della zavorra dei troppi piccoli produttori che non saprebbero stare sul mercato è sonoramente smentita dal successo dell’export del
vino italiano.

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