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Libero

Il valore aggiunto è nella sostenibiltà. Ma deve cominciare fin dalla vigna ... La green economy del vino non è una conquista: è solamente il punto di partenza... Un nuovo modello di sviluppo in cantina... Ogni mattina quando mi affaccio sulle mie vigne di Sagrantino a Montefalco mi chiedo se il nostro orizzonte di vignaioli e di imprenditori non sia rimasto in una sorta di ridotto. E se spesso non cadiamo nel tranello mediatico delle mode e delle parole d’ordine, mentre intorno il mondo
esplora altre frontiere. Ci stiamo interrogando da mesi su questo mercato a due velocità: tira l’export, è in stallo quello interno. Da una parte c’è chi dà l’allarme perché in Italia - come
usano dire gli economisti - il cavallo non beve, dall’altra c’è chi va dicendo che il mondo è grande e che dobbiamo preoccuparci di vendere di più e meglio sul mercato globale. Sono entrambe
affermazioni legittime e di sicuro interesse. E tuttavia a me pare che continuiamo a restare legati a
schemi che non ci proiettano verso il futuro. Ed è singolare che questo accada in un settore dove gli investimenti sono comunque di lungo periodo e le azioni vanno misurate con i passi lunghi del tempo di affinamento dei grandi vini. Perciò abbiamo la necessità di antivedere. Ricordo che molti anni fa un saggio e ottimo produttore mi faceva osservare che se va bene un uomo ha un orizzonte
massimo di sessanta vendemmie. In una vita. Non ci sono consentiti errori, perché il tempo per farli è rapidissimo, quello per rimediarli a volte non basta. Sento parlare dei vini biologici, biodinamici come nouvelle vague dell’enologia. Può darsi. Ma anche questo è pensare in piccolo. Bisogna invece cambiare il modello di sviluppo delle nostre aziende. Negli Stati Uniti, che restano il secondo nostro mercato e quello in prospettiva che ci darà ancora delle soddisfazioni, essere “green” è ormai un pre-requisito per farsi ascoltare, degustare, apprezzare e dunque comprare. Ma questo riflettere sulla “green economy” e acquistare prodotti che da essa nascono è ormai un tratto
comune di tutti i mercati maturi, dove la domanda è consapevole ed esprime bisogni che sono intellettualmente motivati. Perciò sono convinto che la sostenibilità sia la vera nuova frontiera, che debba diventare anche, o soprattutto, per chi fa vino, per chi lavora con la terra e da essa trae il frutto del proprio lavoro e dei propri investimenti il vero valore aggiunto. Di cui le produzioni biologiche sono una parte, ma non il tutto. Quando parlo della sostenibilità penso a quella economica (senza reddito non c’è lavoro, senza lavoro non ci sono investimenti, senza investimenti
non c’è sviluppo e l’agricoltura deve avere l’orgoglio di produrre sviluppo) a quella ambientale e a quella sociale. Noi come Arnaldo Caprai ospitiamo al Vinitaly una cantina cooperativa sorta in Bosnia anche grazie al contributo del governo italiano che ha prodotto finalmente vino dopo che nel drammatico conflitto del ’92 in quel paese l’agricoltura era stata distrutta. È un segno di compatibilità di aprire le nostre frontiere, anche mentali, e di crescere insieme. A Montefalco abbiamo lanciato due anni fa un progetto per qualificare il Sagrantino. Ci hanno seguito altre sei cantine. Questo progetto è fondato sulla ricerca in vigna, sulla sostenibilità economica e sulla qualificazione territoriale. Oltre che su produzioni a basso impatto. Vedo con soddisfazione che anche in Sicilia si sta facendo lo stesso per dare un profilo nuovo e più alto alla qualità del vino. Bene inteso: tutti questi passaggi vanno misurati con indagini scientifiche, con ricerca in campo e in cantina, con lo sposare tradizione e innovazione, con il misurare anche la sostenibilità economica dei progetti e assumendo in tutto questo il valore aggiunto della creatività. Io faccio vino da un vitigno autoctono difficile e però riconoscibilissimo. Quel vino, il Sagrantino, riceve un valore aggiunto dal territorio se il territorio esprime qualità complessivamente. E cioè se chi produce il formaggio o i salumi, chi fa artigianato d’arte, chi gestisce il territorio, chi fa
ospitalità esprime un sistema coeso di valori e un livello qualitativo condiviso. Il paradigma attraverso il quale si giunge a questi fattori di coesione e di diffusione qualitativa è appunto un progetto complessivo di sostenibilità. Che c’entra poco con il chilometro zero, c’entra con la compatibilità ambientale - che è un pre requisito e noi dai metodi di coltivazione a quelli di vinificazione, ma anche di confezionamento e di distribuzione cerchiamo di avere il più basso
impatto possibile - ma c’entra invece molto con l’armonia complessiva del sistema sociale, economico e culturale. Il Sagrantino quest’anno si è venduto molto bene negli Stati Uniti e sui mercati più evoluti perché ha questo imprinting di sostenibilità. Sento dire che la tendenza oggi è di
andare verso i vini naturali. Per me la tendenza è andare complessivamente verso prodotti “green”. Ma di un verde che significa buona economia per una buona terra.

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