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Libero

Chianti Classico da record. Il mercato premia la qualità ... Nel 150° dell’Unità d’Italia il vino di Bettino Ricasoli è ancora ambasciatore della Toscana in tutto il mondo... Incremento nell’export e primati... Sappiate che bevendo un Chianti Classico bevete un sorso di storia e un annuncio di sogno. Non sembri un’iperbole: è semplicemente così. Mi verrebbe da citare il mio conterraneo
Dante dell’Alighieri e sussurrare: “Intendere non lo può, chi non lo pruova”. Sì perché al mio adorato Chianti, che ha anche nel toponimo il sentore di selva e il rumore fiero delle dispute: viene da clangor che è qualcosa a metà tra il tuono e l’annuncio, gli hanno cucito addosso lo stereotipo del Chiantishare, del molto pittoresco per dirlo con quella signorina inglese incarnata da Enrico Montesano. Oddio è stata una mano santa il fatto che prima gli inglesi e poi gli americani si siano innamorati di questo cuore di Toscana. Ma è un’immagine stereotipa, pettinata, in qualche misura artificiosa di una terra che ha un etica dell’estetica nel suo paesaggio e profuma di natura e narra
di vicende umane. Il Chianti Classico sfuma nella leggenda e s’addensa attorno alla concretezza dei fatti. Celebriamo i 150° anni dell’Unità d’Italia, ma non si può scindere questa ricorrenza dalla biografia di un uomo immenso: Bettino Ricasoli. E non s’adontino i piemontesi che vogliono il Barolo - e con non poche ragioni - vino simbolo dell’Italia nazione per via della dinastia sabauda e delle fini argomentazioni politico-agronomiche del Conte di Cavour. Ma mi viene da obbiettare che sto scrivendo dalla casa di Niccolò Machiavelli (è qui che ha sede il Consorzio del Chianti Classico
artefice e non poco del successo planetario di questo vino) e in fatto di ragion di Stato qui è davvero difficile dare lezioni. Il signore di Brolio fu il secondo primo ministro del regno, ma fu anche il codificatore del primo disciplinare del vino in Italia: quello del Chianti. E soprattutto Bettino Ricasoli fu quello che intuì che senza una moderna agricoltura l’Italia non avrebbe avuto futuro. Volete un’altra prova della storicità del Chianti (senza rimontare alla Lega Chiantigiana che pure nel
Medioevo fu cruciale)? Bene: se andate a Chicago troverete il fiasco di Chianti con cui Enrico Fermi brindò al disvelamento dei segreti dell’atomo. Sarà un caso che la parola Chianti è quella italiana più conosciuta in America? Lo è perché il Chianti Classico è l’ambasciatore della Toscana nel mondo. E forse non servono altre parole. Ma tanto altro ha da narrare questo vino che si è evoluto nei secoli pur rimanendo fedele alla sua toscanità. I mercati lo premiano. Ha fatto il più 21 per cento: un record. E lo ha fatto su un territorio che conta 10mila ettari di vigne, che fa 265mila ettolitri di vino, con oltre 500 aziende di cui 360 imbottigliano. È un mare di vino che si colloca su varie fasce di prezzo, ma che è sempre in testa a tutte le classifiche di gradimento: nell’export, nei supermercati, anche in Italia dove gli altri stentano. Merito di una qualità in costante ascesa e di un
Consorzio che guarda sempre un po’ al futuro con i piedi ben piantati nella tradizione. Hanno abbassato le rese di comune accordo per fare un vino ancora migliore dove il Sangiovese, il grande Sangiovese resta protagonista ma col pragmatismo di chi sa che se il mercato abbisogna di gusti più rotondi si può pure ammodernare senza snaturare, hanno sposato la green economy a cominciare dal riciclo dei tappi, alle bottiglie meno spesse per finire all’uso delle biomasse, hanno accettato tutti di interpretare, pagando per così dire l’avviamento di un marchio che non ha prezzo quello del Chianti, il nuovo ruolo del Consorzio. Se il Chianti Classico è un grande vino che abbraccia il bello del bello di Firenze e di Siena è anche perchè il suo sistema territoriale è di massima qualità e di forte dinamicità imprenditoriale. Una prova? L’olio extravergine del Chianti che mentre tutti gli altri soffrono conquista il mondo. Perché Chianti Classico ha solo un sinonimo: qualità declinata nel corso della Storia.

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