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Ci salverà il Petrolvino ... Dall’oro nero dei campi un contributo decisivo all’economia del Paese
Con il crollo dei consumi interni il comparto è vitale grazie all’export. La conferma da un Vinitaly mai così concreto sul fronte degli affari ... Mario Guidi presidente di Confagricoltura ha messo alle strette ieri nel convegno annuale della maggiore associazione agricola (rappresenta più della metà della produzione lorda vendibile) il ministro allo Sviluppo Economico Corrado Passera. Chiedendo sostanzialmente una cosa: pari dignità al lavoro dei campi. Mario Catania, titolare del dicastero agricolo, peraltro sta conducendo una sottile azione diplomatica in seno al governo per portare a casa proprio questo risultato. E qualcosa si è visto: l’Imu agricola è stata ritoccata al ribasso nel passaggio parlamentare. È poco, ma è un segnale. Anche perché ai nostri ministri i numeri dell’agroalimentare devono aver fatto una qualche impressione. Si sa - e lo ha ripetuto lo stesso Catania - che l’aggregato complessivo di campi più trasformazione vale un quarto del Pil. Una prova è venuta nei quattro giorni di Vinitaly e va dato merito alla Fiera di Verona - presieduta da Ettore Riello e diretta da Giovanni Mantovani - di aver visto giusto nel ridare alla massima rassegna mondiale dedicata alle bottiglie la funzione di vero mercato e un po’ meno di show. Il Vinitaly va in archivio con numeri record: 140 mila presenze in quattro giorni - uno in meno rispetto al consueto - con visitatori provenienti da 120 paesi e un incremento forte di operatori della ristorazione, delle enoteche, dei buyers delle catene specializzate. Tutti i big players del nostro vino - da Antinori a Caprai, da Frescobaldi a Planeta, da Gaja a Boscaini - hanno detto che sì: quest’anno si sono fatti affari. A conferma che il vino è uno dei nostri motori economici: 14 miliardi di fatturato, 4,4 dall’export. Ma il futuro com’è? Se si guarda al mercato interno fosco, fuori dai confini nazionali rosei. Anche i primi tre mesi di questo 2012 confermano un trend positivo di vendite all’estero. E si è capito a Verona che se Usa e Germania continueranno a essere i nostri migliori clienti Brasile, Giappone, Russia sono in crescita. Certo tutti vogliono aiuti all’export, vogliono promozione mirata e concentrata e chiedono maggiore tutela. In particolare nel rapporto col credito che, come ha rivelato uno studio di Fedagri, per le aziende agricole e vinicole è più caro di quasi il doppio rispetto ai settori manifatturieri. Ma si pone anche il problema del sostegno del mercato interno. La ricerca Symphony-Iri group sulle vendite nella grande distribuzione ha detto chiaro che c’è stata una contrazione con il mercato che si biforca: si vendono più bottiglie di pregio (straordinaria performance del Brunello di Montalcino) e più bottiglie economiche, tramontano i bottiglioni e i brik anche se sostenuti da massicce promozioni. In cima alla classifica di gradimento Lambrusco e Chianti con i bianchi che riguadagnano terreno e con le grandi catene - Conad e Coop in testa - che cominciano a vendere vino a marchio. Ma ciò che più conta è che regioni come le Marche, la Toscana, il Friuli Venezia Giulia hanno visto incrementarsi esponenzialmente l’export e hanno avuto una crescita dell’occupazione diretta nel vino con un passaggio generazionale in atto non traumatico e un massiccio ingresso di donne nel mondo del lavoro. Insomma dal Vinitaly è uscita un’Italia come dovrebbe essere: quella del vino. Con i giovani e le donne che trovano occupazione, con le aziende che pur faticando conquistano mercati, con i valori in crescita (si è avuto un aumento del prezzo medio al litro di oltre 20 centesimi e la scarsità di produzione fa ritenere che questi valori si incrementeranno). Forse è un azzardo, ma il nostro petrolio - mentre la benzina quella vera ci succhia il sangue - sta nelle bottiglie. È il caso che la politica se ne accorga. C’è un giacimento di “petrolvino” che può sostenere l’economia. Ora bisogna saperlo sfruttare.

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