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La cultura del vino nelle mani dell’Unesco ... L’Italia, grazie all’impegno di molte cantine,punta alla conservazione della memoria viticola ... La vigna?Un monumento. Accade in Francia, dove anche un vigneto può diventare un bene culturale: nel Gers, Dipartimento della Regione dei Midi Pyrénées, 600 viti, nel cuore della denominazione Saint-Mont, verranno presto iscritte nell’elenco dei monumenti storici. È la prima volta che accade in forza del carattere eccezionale ed unico dei suoi ceppi, tra i più antichi in Francia, e per alcune varietà di vitigni sconosciuti e non innestati, importante esempio, per la prefettura della Regione, di biodiversità, patrimonio genetico e metodi di coltivazione ancestrali. Nel Vecchio Continente importanti territori del vino come la Roja in Spagna, la Borgogna ancora in Francia, e le Colline del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, il territorio delle Langhe e Roero e la vite ad alberello di Pantelleria in Italia, sono solo gli ultimi ad aver presentato le candidature a Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Ma ora si fa strada l’idea di candidare l’intera “Cultura del Vino” a Patrimonio Unesco. Si dovrà però attendere il 2013, quando tutti i musei e le strade del vino del Mondo, saranno stati censiti e messi a sistema. E in Italia? Ci sono già vigneti museo. Quelli ad esempio che resistono nei centri storici: l’Invernenga è una vecchia vite di 500 anni che si staglia nel vigneto Pusterla nel cuore di Brescia, forse il più grande vigneto urbano del mondo; il Gorgottesco e il Tenerone, sono antichi e rari vitigni del vigneto urbano di Siena, e se anche Napoli e Torino hanno il loro vigneto in città, così come Venezia con Venissa, l’antica vigna murata recuperata dalla cantina Bisol, a Roma in cima a Trinità dei Monti si produce il “Vino Gallico” nel vigneto ornamentale della Scuola Francese del Sacro Cuore. Questi vigneti “dovrebbero essere raccolti in una collezione nazionale per mantenerne la continuità genetica e biologica; quando moriranno di vecchiaia, potremo conservare i loro figli”, sottolinea da sempre il professor Attilio Scienza, uno dei massimi studiosi di viticoltura al mondo. E progetti di questo tipo non mancano: da Caprai a San Leonardo, da Feudi di San Gregorio con le sue “viti monumentali” o “Patriarchi” ad Angelo Gaja in Piemonte o Vittorio Moretti in Franciacorta fino a Montalcino, sono molte le cantine che hanno rivitalizzato antichissimi filari grazie anche allo sviluppo di metodi di potatura ad hoc come quello che fa la scuola dei “Preparatori d’Uva” di Marco Simonit e Pier Paolo Sirch. E allora perché non fare di una rete di aziende un Patrimonio Unesco? “Un percorso ambizioso”, secondo Lucio Alberto Savoia, segretario generale della Commissione Italiana Unesco. Ma possibile.

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