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Libero

Le mode del vino ... Bio o non bio l’ardua scelta ... L’unica certezza, quando si parla di qualità del vino, è che sembrano non esserci certezze. Perché se oggi il dibattito della qualità, per molti, si divide in “bio e non bio”, “solforosa sì, no, un po’”, in passato qualità ha voluto dire vino genuino, poi tecnologico, barricato, internazionale, autoctono, dell’enologo. E se le mode del vino passano (troppo in fretta per i viticoltori che fra impiantare e portare a frutto la vigna devono aspettare dai cinque agli otto anni) è più importante misurarsi sui modi del vino. Cioè su come produrlo
al meglio, ma anche su come farlo degustare esportando insieme al prodotto anche la cultura del vino. C’è chi sostiene che la qualità si giudichi ancora solo dal bicchiere, chi da quanto esprime il terroir, chi da quanto si identifica con la storia di chi lo produce, chi dice che la qualità è quella della cantina, dei metodi con cui lavora e interagisce con l’ambiente; chi aggiunge che la qualità è nella percezione del consumatore, nel mercato. L’unica costante è quella del cambiamento, perché con il tempo sono cambiati, cambiano e cambieranno i criteri per stabilire la qualità. Dal convegno “Il futuro del vino di qualità”, promosso ad Erbusco in Franciacorta da Ca’ del Bosco, cantina di punta della spumantistica italiana, come numero zero di confronto tra le diverse anime del mondo in bottiglia, dai critici come Marco Sabellico (Gambero Rosso), Enzo Vizzari (L’Espresso), Franco Maria Ricci (Associazione italiana sommelier), Fabio Giavedoni (SlowWine) e Ian D’Agata (International Wine Cellar), a produttori come Marco Pallanti (Castello di Ama), Maurizio Zanella (Ca’ del Bosco), Angiolino Maule (La Biancara) e Alexandre Chartogne (Chartogne Taillet), dai giornalisti ai blogger, una cosa è emersa su tutte: al centro di ogni cosa resta il consumatore, che oggi, ha spiegato Enrico Finzi, direttore di Astra Ricerche, è quasi “irritato dalla grandissima varietà dell’offerta e dall’insistenza del marketing. Vuole meno fumo e più arrosto”. A sintetizzare il concetto di qualità ci ha provato anche Serena Sutcliffe,master of wine e responsabile vino per Sotheby’s, per la quale “tanti sono gli aspetti da prendere in considerazione, anche se il più importante è l’identità del vino”. L’errore vero è cadere in dogmi, perché, ha detto Michelle Bettane, tra le voci più autorevoli del vino nel mondo, “il diavolo è furbo, e cerca di convincere gli uomini che gli uni sono, in assoluto, migliori degli altri”. A pensarla in modo molto simile a proposito della qualità nel bicchiere sono due voci altrettanto autorevoli. A “tu per tu” con WineNews, Denis Dubourdieu, docente di viticoltura all’Università di Bordeaux, ha lanciato la sua provocazione: il vitigno è solo un mezzo per fare vino, quello che conta davvero è l’eccellenza reale del vino stesso. Come dire, bene che l’Italia punti sui vitigni autoctoni ma quello che conta, soprattutto all’estero, è la qualità reale del vino. “L’importante è fare un vino eccellente e su questo decide il mercato”. Perché, secondo Antonio Galloni di The Wine Advocate di Robert Parker, tra i più importanti critici enologici, intervistato da WineNews nel workshop “Puglia wine& land”, se è vero che i vitigni autoctoni rappresentano l’arma in più dell’Italia, per affermarsi è importante che la qualità media espressa sia di alto livello, un obiettivo che si raggiunge se nel territorio ci sono “aziende leader, con una solida costanza qualitativa, come Gaja in Piemonte, Antinori e Frescobaldi in Toscana, Planeta e Tasca d’Almerita in Sicilia, in grado di imporsi e fare da traino al resto dei produttori”.Comedire, anche per Galloni, la cosa importante è che un vino sia ben fatto. Un esempio? I vini biologici e biodinamici sono una moda, “ed io sono un po’ contrario alle mode. Preferisco valutare solamente la qualità del vino nel bicchiere”. Perché se le mode passano, la qualità resta.

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