Quasi 10.000 imprese perse in 10 anni con un profondo rosso per i bar (-18,2%), a fronte di una forte crescita in controtendenza per i pubblici esercizi del Sud Italia. E poi l’allarme per la proliferazione dei take away, che stanno sostituendo i bar con un servizio e un’offerta diversa, e per le pesanti esternalità negative legate al fenomeno della “malamovida”. Eppure, nonostante le difficoltà (bar in primis), i pubblici esercizi rappresentano - lo sono sempre stati e continuano ad esserlo - un baluardo dei centri storici italiani, elementi di socialità e punto imprescindibile per quel turismo enogastronomico che è una vera e propria ricchezza per l’Italia. Luci ed ombre per un comparto vitale fotografato dall’indagine “Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici”, realizzata da Fipe-Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, e presentata oggi a Roma alla Federazione Italiana Pubblici Esercizi.
Pubblici esercizi che, e questa è la buona notizia, si confermano campioni della prossimità in Italia, garantendo non solo un servizio essenziale, ma anche un presidio vitale di relazioni sociali e sicurezza sul territorio. Su 7.900 comuni italiani, soltanto 162, pari ad appena il 2% del totale, risultano oggi, infatti, privi di almeno un bar o un ristorante, delineando una rete capillare che conta oltre 262.000 imprese attive con una densità pari ad un esercizio ogni 182 abitanti.
I dati illustrati hanno evidenziato come il settore abbia ormai smesso di espandersi, registrando una flessione del 3,7% sul 2015, con una perdita netta che sfiora le 10.000 imprese a livello nazionale. Emergono, quindi, le difficoltà dei bar che in 10 anni calano di 22.300 unità in tutta Italia, con una diminuzione da attribuirsi, ha spiegato Fipe, “principalmente alla trasformazione di bar in ristoranti, più che ad una vera e propria chiusura di attività”. La mappa del Paese, tra aperture e chiusure dei locali, si presenta profondamente spaccata dal punto di vista geografico: se molte città del Centro e del Nord Italia guidano la classifica delle chiusure, con Trieste che ha registrato la flessione maggiore perdendo 172 attività (-16%), seguita da Pisa (-114 imprese, -14,6%), Pesaro (-92, -18,3%) e Ancona (-78, -17%), ci sono bar, ristoranti, take away e gelaterie/pasticcerie che hanno continuato, invece, a crescere in modo significativo in diverse piazze del Mezzogiorno. In testa alla classifica per saldo positivo si è, infatti, posizionata Napoli, con un boom di 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163 imprese, +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%), trend che conferma come la ristorazione resta un’efficace modalità di autoimpiego in alcune zone del Paese, dove l’occupazione è più problematica.
Il focus dell’indagine ha riguardato l’evoluzione del settore nei centri storici delle grandi e medie città, “dove si rilevano profili che impongono attenzione”. In queste aree, spiega Fipe, le dinamiche del mercato hanno spesso portato ad un’eccessiva concentrazione dell’offerta e allo sviluppo di forme di ristorazione più informali che fanno dell’assenza di servizio, di personale e di spazi ridotti all’osso il punto di forze del business. Il risultato “sta nella crescita di rilevanti esternalità negative in termini di pressione antropica, rumore, rifiuti”.
È tuttavia scendendo nel dettaglio dei singoli quartieri che i numeri della proliferazione si fanno evidenti, secondo Fipe: “nella zona di Porta Venezia, a Milano, le attività di ristorazione con somministrazione sono aumentate del 53,2% e quelle da asporto del 32%, mentre a Roma, in una porzione del quartiere di Trastevere, i take away sono cresciuti del 33,3% a fronte di una flessione del 24,1% dei bar tradizionali. Spinte da affitti ormai insostenibili e da costi di gestione sproporzionati (come la Tari calcolata su parametri poco rappresentativi), molte attività si sono trasformate in locali di metratura ridotta senza servizio e con poco personale”. Fipe ha lanciato l’allarme perché “questa proliferazione di take away, orientati in moltissimi casi a forme di vendita aggressive e focalizzati principalmente sull’offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, produce pesanti esternalità negative. L’abuso di alcol, il rumore e il degrado urbano danno vita a forme di malamovida che penalizzano cittadini e imprenditori”.
Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe-Confcommercio, ha affermato che “le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono un governo attento e una visione strategica, non semplici interventi tampone, con ordinanze che si limitano solo ad introdurre nuovi divieti. Infatti, affrontare le criticità legate alla malamovida esclusivamente attraverso ordinanze restrittive sugli orari e sulle modalità di svolgimento dell’attività significa colpire le imprese sane, senza risolvere il problema alla radice. Va, invece, ripresa la capacità di governare il territorio e lo sviluppo ordinato delle attività commerciali soprattutto nelle aree critiche delle nostre città, limitando la proliferazione indiscriminata di format che dequalificano la vocazione dei centri storici. Programmare questa attività preventiva oggi è possibile grazie a strumenti normativi attenti alla sostenibilità ambientale, sociale e alla mobilità urbana, oltre che alla tutela e salvaguardia delle zone di pregio artistico, architettonico e monumentale delle città. Per questo chiediamo alle amministrazioni locali di tornare ad esercitare una vera funzione di governo del territorio limitando l’apertura di nuove attività in aree già critiche e contrastando tutte le forme di dumping commerciale che oggi non sono dannose solo per i pubblici esercizi, ma per la vivibilità stessa delle città. Lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell’attività è un rimedio peggiore del male”.
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