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In Campania c’è un vigneto allevato ancora come all’epoca degli Etruschi: è la “vite dell’aria”, il vino più alto d’Italia, nella Dop dell’Asprinio di Aversa, dove le viti raggiungono i 15 metri arrampicandosi ai pioppi che fungono da tutori

Italia
In Campania vigneto allevato ancora come all’epoca degli Etruschi, nella Dop dell’Asprinio di Aversa

La Vitis vinifera è, a tutti gli effetti, una rampicante, e questa non è certo una novità, neanche per chi al mondo del vino si è affacciato da poco. Quello che non tutti sanno, però, è che i primi ad allevare la vite nella Penisola italiana sono stati gli Etruschi, che coltivavano la Vitis vinifera sylvestris sin dall’VIII secolo a. C., prima che i Greci e poi i Romani diffondessero in Italia la Vitis vinifera sativa, con le sue numerose varietà. I vini etruschi delle zone costiere della Toscana, del Lazio e della Campania divennero così oggetto di esportazione verso la Gallia meridionale e la Catalogna, come dimostrano i ritrovamenti delle caratteristiche anfore etrusche a partire dal VII secolo fino all'inizio del V secolo a. C.

Nell’agro di Aversa, dalla prima espansione etrusca fino ai nostri giorni, la vite è maritata al pioppo, la cosiddetta coltivazione in arbusta, e dà una forte impronta al paesaggio agrario, differenziandosi dal paesaggio napoletano, caratterizzato dalla vite coltivata a basso ceppo, chiamata coltivazione in vinea. L’esempio più evidente e più famoso giunto ai nostri giorni, è quello dell’Asprinio di Aversa, denominazione campana dentro la quale ricade la “vite dell’aria”, il vino più alto d’Italia, coltivato con la stessa tecnica degli Etruschi, nota come “Alberata Aversana”, con le viti che raggiungono anche i 15 metri arrampicandosi ai pioppi che fungono da tutori, e i filari abbastanza lontani l’uno dall’altro da lasciare spazio ad altre coltivazioni. Così, tra Cesa, Succivo e Gricignano di Aversa, nasce un vino dalla storia antica, riscoperto nei giorni scorsi nel “Viaggio nei sapori e nella tradizione Atellana all’ombra della Vite Maritata al Pioppo”, e tutelato da un progetto di valorizzazione finanziato dalla Regione Campania.

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