Pierfrancesco Gatto lo definisce il Pinot Nero del Piemonte. Il Grignolino d’Asti è questo: un vitigno fuori dalle mode, sottile, a tratti spigoloso, capace però di una finezza che pochi altri rossi piemontesi sanno esprimere. Il suo nasce a Montalto, una collina che da Castagnole Monferrato guarda verso Montemagno, poco più di un ettaro e mezzo che basta a raccontare un’idea precisa di viticoltura. Una zona vocata, certo, ma soprattutto una scelta consapevole: continuare a lavorare un vitigno che molti hanno abbandonato perché difficile da interpretare e poco accomodante. «Siamo rimasti in pochi a fare davvero Grignolino d’Asti», dice Pierfrancesco. «Forse troppo pochi». Eppure è un vino che fuori dall’Italia trova ascolto. In Svizzera e negli Stati Uniti viene capito per quello che è: diretto, sottile, mai compiacente. Un rosso che sfugge alle categorie tradizionali, leggero solo in apparenza, capace di accompagnare tutta la tavola senza mai imporsi, all’aperitivo come con i fritti, le verdure e i formaggi. Rosso rubino chiaro, destinato con il tempo ad aprirsi verso l’aranciato. I profumi sono netti e leggeri: rosa, lampone, una traccia di pepe. In bocca è teso, con tannini fini e un finale asciutto, leggermente amarognolo, che resta più nella memoria che in bocca. «Per me il Grignolino è un vino libero - conclude Pierfrancesco - come il Pinot Nero, ma senza volerlo imitare. O lo capisci, o passi oltre».
(Fiammetta Mussio)
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