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ABITUDINI ALIMENTARI

“Comfort eating”, una risposta psicologica diffusa allo stress moderno anche in Italia

Un’indagine Unobravo svela come ansia (27,7%), lavoro (31,4%) e immagine corporea (52,4%) influenzino il rapporto con il cibo
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“Comfort eating”, una risposta allo stress anche in Italia

Mangiare non è solo un atto biologico, ma uno specchio profondo del nostro equilibrio psicofisico: il cibo, infatti, pur collocandosi alla base della piramide dei bisogni di Maslow, è anche cultura, relazione, identità e, molto spesso, diventa una risposta emotiva immediata alle pressioni quotidiane. Da questa stretta correlazione tra nutrizione e benessere mentale prende avvio un sondaggio del Data Lab di Unobravo - piattaforma italiana di psicologia online che mette in contatto le persone con psicologi e psicoterapeuti qualificati per fare sedute in videochiamata - condotto su 1.734 italiani, che ha analizzato in modo approfondito il fenomeno del “comfort eating”, rivelando come il 71,9% della popolazione mangi per conforto almeno una volta a settimana, oltre un terzo (35,7%) diverse volte a settimana e il 14,5% ogni giorno, con una maggioranza che ricorre a questo comportamento più volte nel corso della settimana e solo il 3,5% che dichiara di non farlo mai, a conferma di quanto la “fame emotiva” prevalga frequentemente su quella fisiologica.
Le donne risultano farvi ricorso più spesso degli uomini (52% contro 41% almeno diverse volte a settimana) e l’abitudine cresce con l’età, raggiungendo il picco di frequenza quotidiana nella fascia 45-60 anni (21%). Emerge inoltre una forte correlazione con le diete croniche, poiché il 24,3% di chi ha seguito più diete mangia ogni giorno per consolarsi, contro il 5,9% di chi non ne ha mai intraprese.
Sul piano emotivo, lo stress rappresenta il principale motore del “comfort eating” (27,7%), seguito da noia (19%) e tristezza (14,6%), mentre ansia (9,1%), evitamento emotivo (7,1%) e persino felicità o occasioni celebrative (8,4%) confermano una relazione complessa e sfaccettata tra stati d’animo e cibo. Tale relazione varia con l’età: sotto i 30 anni prevale la noia (23,9%), quota che scende al 16% tra i 45 e i 60 anni, mentre nella fascia 30-44 domina lo stress (30%), riflesso delle crescenti pressioni lavorative e delle responsabilità familiari. Non a caso, lo stress lavorativo è il principale trigger situazionale complessivo (31,4%), soprattutto tra i 30 e i 44 anni, seguito da problemi relazionali (20,6%), isolamento sociale (9,5%), difficoltà familiari (8,9%), preoccupazioni finanziarie (3,4%) e di salute (1,7%), con differenze generazionali marcate: l’isolamento pesa maggiormente sui giovani (11,6% contro il 6,5% dei 45-60 anni), mentre i problemi familiari diventano predominanti tra gli over 60 (27,8%).
Le dinamiche di genere delineano ulteriori sfumature: gli uomini hanno una maggiore probabilità di utilizzare cibo o bevande per gestire l’ansia negli eventi sociali, con il 20,7% che ammette di farlo “spesso” o “sempre”, contro il 15,5% delle donne, risultando anche più propensi a ricorrere al “comfort eating” in contesti pubblici come strategia di gestione dell’ansia sociale. Le donne, invece, tendono a interpretare il “comfort eating” più come un meccanismo di difesa (28,5%) che come una ricompensa (20,5%), suggerendo che per il campione femminile il cibo rappresenti soprattutto un rifugio emotivo piuttosto che una fonte di piacere temporaneo.
Nonostante l’intento consolatorio, il “comfort eating” produce effetti emotivi spesso ambivalenti se non negativi: il 41,6% degli intervistati prova senso di colpa dopo aver mangiato, solo il 19,7% si sente realmente confortato e il 9% riferisce una sensazione di rilassamento, mentre emozioni come vergogna (5,2%) e gioia duratura (4,4%) restano marginali. La cosiddetta “trappola del senso di colpa” si intensifica con l’aumentare della frequenza, passando dal 29,5% di chi ricorre raramente a questo comportamento al 53,6% di chi lo attua ogni giorno, con gli uomini leggermente più inclini a sentirsi rilassati (12,2%) delle donne (8,3%).
Di fronte allo stress, mangiare per conforto (58,2%) e scorrere i social media (54,4%) risultano le strategie più diffuse, seguite dalla fruizione di serie Tv e film (41,5%), mentre parlare con amici o familiari (35,5%), fare esercizio fisico (21,2%) e praticare meditazione (10,3%) rimangono meno frequenti dei comportamenti basati sul consumo, come fumo e svapo (24,1%) o shopping (21,5%). Il quadro evidenzia anche un marcato divario generazionale: i social vengono utilizzati dal 63,6% degli under 30 contro il 14,8% degli over 60, mentre l’attività fisica diminuisce progressivamente con l’età.
La maggioranza degli italiani considera il “comfort eating” poco salutare, pur continuando a farvi affidamento per la mancanza di alternative emotive percepite come efficaci, e lo vive come un’esperienza privata e spesso segreta: il 79,8% dichiara che avviene prevalentemente tra le mura domestiche, solo il 5,7% principalmente sul lavoro e il 9,8% in entrambi i contesti. Il quadro si completa con una diffusa insoddisfazione per l’immagine corporea che coinvolge il 52,4% degli italiani, di cui il 39,7% si definisce “non molto soddisfatto” e il 12,7% “estremamente insoddisfatto”, a fronte di un esiguo 1,7% che si dichiara “estremamente soddisfatto”. Questa variabile risulta strettamente legata alla frequenza del “comfort eating”: il 35% di chi si sente estremamente insoddisfatto mangia per conforto ogni giorno, contro il 6,6% di chi si definisce abbastanza soddisfatto, evidenziando un circolo vizioso tra bassa autostima e alimentazione emotiva.
Nel complesso, il report mostra come il “comfort eating” in Italia rappresenti una risposta psicologica diffusa allo stress moderno che, anziché risolvere il disagio, tende spesso ad amplificarlo, indicando la necessità di spostare l’attenzione dalle sole abitudini alimentari alle cause profonde, ovvero stress lavorativo, isolamento sociale e consapevolezza emotiva per favorire strategie di coping più funzionali e sostenibili per il benessere psicofisico, conclude UnoBravo.

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