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LA RIFLESSIONE

Attilio Scienza: “la Francia racconta il vino meglio di noi, vanno formati nuovi comunicatori”

Tra i massimi esperti di vino italiano, il professor spiega le differenze con l’Italia su viticoltura, cultura, comunicazione e gestione delle crisi
ATTILIO SCIENZA, COMUNICAZIONE, CULTURA DEL VINO, ENOLOGIA, FRANCIA, GESTIONE DELLE CRISI, ITALIA, UNIVERSITÀ DI MILANO, VITICOLTURA, Italia
Attilio Scienza, decano della ricerca e divulgazione della cultura del vino italiano

Immaginiamo l’Italia del vino come un’azienda nella quale gli azionisti sono le regioni e dove il principale competitor è la Francia. I transalpini rispetto a noi hanno una viticoltura polarizzata composta da poche denominazioni (5) e pochi vitigni autoctoni, ma che danno grande valore al terroir, mentre nello Stivale la viticoltura è diffusa: ci sono molti vitigni autoctoni, ma che sono ignorati, molte denominazioni, ma che sono sconosciute, e il terroir ha poca importanza. Con il risultato che il fatturato tricolore nel settore è di 15 miliardi di euro con un prezzo medio al litro di 3 euro, mentre il giro d’affari francese registra 37 miliardi di euro e un prezzo medio al litro di 7 euro. Ma entrambe, Italia e Francia, producono 45 milioni di ettolitri di vino all’anno. Dove sta la differenza? “Non certo nella qualità dei vini, ma nella diversa capacità che hanno i due Paesi di raccontare e valorizzare la loro cultura enologica”. È l’incipit della riflessione del professor Attilio Scienza, decano della ricerca dell’Università di Milano e della divulgazione della cultura del vino italiano, del quale è tra i massimi esperti, con il quale ci confrontiamo spesso - anche perché il suo è un chiaro caso di “nomen omen”, come amiamo ripetergli - e che vi proponiamo su WineNews.
“Il nostro Paese dispone di molte più risorse in termini di vitigni, territori e cultura, ma non sa comunicarlo - spiega Scienza - abbiamo il 50% della variabilità geo-pedologica del mondo e se incrociamo 800 vitigni antichi con 190 macroambienti otteniamo una varietà di vini inimmaginabile”.
Ci sarebbe, però, secondo il professore, “poco rispetto della vocazione. Abbiamo piantato viti dappertutto - dice - e i vitigni italiani più famosi non vanno bene in nessun altro luogo se non in Italia. Ma servono nuovi contenuti attorno alla parola “autoctono” e va spiegato il significato di “vocazione” di un territorio (come il professor Scienza ribadisce anche in una recente intervista a WineNews). Dobbiamo collocare i vitigni nei luoghi dove si possono esprimere compiutamente. Un vitigno autoctono può diventare un vino importante solo se messo in quei luoghi dove è vocato”.
La Francia sa comunicare meglio di noi i propri vini e territori: “avete mai visto una etichetta francese con l’indicazione del vitigno? Eppure ne hanno di famosi. Loro comunicano solo i grandi territori che hanno all’interno delle denominazioni locali. Ma con l’ombrello di una zona famosa. Per colmare il gap tra noi e loro dobbiamo comunicare meglio le nostre diversità e distintività attraverso sia progetti di comunicazione che di formazione dei comunicatori”.
Con lo sguardo verso il futuro e analizzando anche le diverse strategie dei due Paesi di fronte a una crisi, per Scienza “la Francia è malthusiana (dalla dottrina economico-sociale dell’economista inglese Thomas Robert Malthus, ndr) e si fonda sulla riduzione. La nostra è un’economia di sviluppo che in questi casi cerca sempre nuovi modelli di produzione e vendita. Così, entro il 2035, i francesi ridurranno la produzione di vino di 5-6 milioni di ettolitri eliminando circa 100.000 ettari di vigneti, ma noi non possiamo espiantare le vigne come loro. Da noi la partita si gioca sulla domanda”.
Ma non c’è solo questo secondo il grande esperto: “va controbilanciata la crescente demonizzazione del vino, servono campagne di educazione al consumo consapevole - spiega - i nostri sono vini gastronomici, da abbinare ai pasti, e non si può pensare di salvare i consumi solo con l’enoturismo. Servono alleanze con i Paesi concorrenti, ma anche tra pubblico e privato e tra regione e regione. Il primo obiettivo resta migliorare la comunicazione, magari con dei progetti specifici per territorio e vino, legando archeologia, storia, vitigni, personaggi, e così via. I dati ci dicono che 9 italiani su 10 hanno bevuto vino nell’ultimo anno, con il territorio primo driver di scelta. Ma vanno formati anche i comunicatori, anche attraverso Summer School o Academy, perché senza persone qualificate non si può fare una buona comunicazione. E ricordiamoci, sempre, che i grandi progressi sono avvenuti come conseguenza di grandi cambiamenti”.

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