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Allegrini 2018

Da nicchia per cultori a bene rifugio tout court: la parabola del vino come investimento redditizio è in netta ascesa, e l’Italia cresce anche da questo punto di vista, dai vigneti ai benchmark del mercato secondario, passando per le acquisizioni

Italia
Il vino globale (e anche italiano), sempre più un investimento sicuro, e l'Italia enoica vola

Non è una novità che i vini di lusso e da investimento, oltre a un ottimo modo di diversificare il proprio portafoglio, rappresentino anche un ottimo investimento tout court, specie in tempi di incertezza economica. E negli ultimi anni, a confermarlo, sono arrivati risultati sempre più eclatanti dal mondo delle aste enoiche (+9,6% nel solo 2017, a 371 milioni di dollari) e anche dal mercato secondario: analizzando il 2017, il Liv-Ex ha non solo confermato l’entusiasmo degli investitori globali, ma anche il crescente peso sulla scena globale dell’Italia enoica, che si è conquistata il terzo posto per numero di etichette presenti nella “Power 100” del benchmark londinese e anche la palma del brand più scambiato in assoluto, il Sassicaia di Tenuta San Guido, con una quota di mercato del 7,3% e un prezzo medio, 692 sterline a cassa, che ne fa il secondo marchio in termini di rapporto qualità/prezzo, mentre il Masseto ha raggiunto il decimo posto nella classifica delle etichette con il prezzo più alto, a 5.136 sterline a cassa (+23,3% anno su anno).

Vero è, però, che le analisi che hanno confermato la solidità dei fine wine come investimento si sono raramente allontanate dal medio periodo, ed è per questo che i dati contenuti nel “Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook 2018”, firmato da più studiosi della London Business School e ripresi dal “The Economist” (https://goo.gl/z6qr24), possono risultare sorprendenti, visto che confermano questa caratteristica dei fine wine anche nel lunghissimo periodo, ovvero dal 1900 ad oggi. Nello specifico, l’analisi di Dimson, Marsh e Staunton analizza i ritorni reali sull’investimento, su base annuale e in termini reali, di un investimento in dieci tipologie di beni rifugio, dai diamanti alle azioni, con proprio queste ultime a vantare la percentuale più alta, poco oltre il 5%. Al secondo posto c’è poi proprio il vino, con un tasso superiore al 3,8%, mentre al terzo posto vi è la filatelia, poco sotto i tre punti percentuali. Solo quarte le obbligazioni (1,9%), a un’incollatura dalle opere d’arte (1,8%) e ben sopra a platino (1.4%) e oro (0,7%) - e con i diamanti che, sorprendentemente, hanno generato tassi negativi per quasi mezzo punto percentuale.
In questo contesto, di conseguenza, assume un carattere ben diverso l’innegabile vivacità del mercato tricolore di vigneti, possedimenti e intere aziende, con i fenomeni di M&A che hanno punteggiato tutto il 2017, dall’investimento del Gruppo Santa Margherita in Sardegna e Lugana (con Cantina Mesa e Ca’ Majol) all’arrivo di Angelo Gaja sui vigneti dell’Etna, passando per quello di Frescobaldi in Chianti Classico e di Agricola San Felice (gruppo Allianz) a Bolgheri, mentre in questo avvio di 2018 si sono già registrati l’investimento della griffe dell’Amarone Allegrini in Lugana e quello di Antinori in Tenuta La Farneta, dopo un “testa a testa” in asta con Marchesi de’ Frescobaldi.
Un’effervescenza complessiva, quindi, che ha portato sempre più in alto, in prospettiva storica, i valori di un ettaro vitato nei territori del vino italiano
, con l’analisi WineNews che pone in cima il “parterre de roi” formato da Brunello di Montalcino (ormai sui 700.000 euro, con una rivalutazione del 4.405% dal 1967), Amarone della Valpolicella (450-600.000 euro per la zona classica, +1.400%) e Barolo (da 1 a 1,5 milioni, ad eccezione dei cru più prestigiosi, +700%). A seguire, Bolgheri (450-600.000 euro), Barbaresco (400-500.000), Conegliano Valdobbiadene (400-600.000 euro), Prosecco Doc e Pinot Grigio (proiettati dal mercato e dalla nuova Doc delle Venezie fino a un prezzo per un ettaro di vigneti di 250.000 euro), e i campioni del metodo classico tricolore Franciacorta e Trentodoc che possono arrivare fino a 300.000 e 350.000 euro ad ettaro.

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