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DAL BAROLO’S WEEK-END … GOOD NEWS PER IL VINO DEL CONTE DI CAVOUR. PER LE GRIFFE DELL’ACCADEMIA DEL BAROLO, L’OBIETTIVO PRINCIPALE E’ LA CRESCITA ALL’ESTERO: SE IL 65% VA IN USA, GERMANIA E SVIZZERA, L’ATTENZIONE E’ TUTTA RIVOLTA ALLA CINA ...

Italia
Michele Chiarlo, uno dei produttori più apprezzati

Buone notizie per il vino del Conte di Cavour che conferma il proprio appeal all’estero ed un rinnovato prestigio in patria, per un rilancio che passa soprattutto dall’export, dove si concentrano il 65% delle vendite complessive, obiettivo principale secondo le 14 tra le più prestigiose aziende delle Langhe (Azelia, Michele Chiarlo, Conterno-Fantino, Damilano, Poderi Luigi Einaudi, Gianni Gagliardo, Franco Martinetti, Monfalletto - Cordero di Montezemolo, Pio Cesare, Prunotto, Luciano Sandrone, Paolo Scavino, Vietti e Roberto Voerzio), riunite nell’Accademia del Barolo (che proprio ieri ha celebrato la sua annuale Asta).

“Il mercato Usa - spiega a WineNews, Cesare Benvenuto (Pio Cesare) - per noi è sempre stato un punto di riferimento, basti pensare che già negli anni ’30 esportavamo Oltreoceano, ed oggi il 25% della nostra produzione viene venduto negli Stati Uniti”. Numeri importanti, da conservare ed implementare “con una presenza costante sul territorio: noi andiamo in Usa una volta al mese, ed anche se è un mercato maturo, non va mai perso di vista, va curato, specie dopo un periodo di stanca come quello che ci stiamo mettendo alle spalle”. Ma non ci sono solo gli Stati Uniti, come ricorda Michele Chiarlo: “il mercato nord americano, Canada incluso, è importantissimo, ma non dimentichiamo il peso della Vecchia Europa, Svizzera e Germani in primis, ma stanno crescendo molto anche i Paesi Scandinavi. In Asia, invece, siamo ancora agli inizi, come il resto del comparto: solo il 4% dei big spender asiatici conoscono a sufficienza il Barolo, quindi c’è bisogno, e come Accademia lo faremo, di formare una massa critica, per conquistare un mercato in crescita e che sta imparando ad apprezzare vini importanti, come quelli di Bordeaux o di Borgogna, “terroir gemello” delle Langhe”. Anche la Gianni Gagliardo, che è presidente dell’Accademia del Barolo, ha nel mercato americano il proprio punto di riferimento: “con una quota del 25-30% è il nostro mercato principale, manteniamo una quota stabile nonostante la crisi, ma sicuramente ci sono spazi di crescita. Anche i mercati asiatici, che si stanno orientando sui vini d’alta gamma, hanno la nostra massima attenzione, specie Giappone, Singapore ed Hong Kong, la porta per entrare in Cina. Ci sono poi i nuovi big dell’economia mondiale, soprattutto Brasile e Russia, che stanno scoprendo velocemente il piacere del buon vino, ma per conquistarli davvero dobbiamo essere bravi a raccontare, attraverso il Barolo, il territorio delle Langhe, trasmetterne al consumatore l’eleganza che accomuna il terroir al vino”.
Ma tra i produttori dell’Accademia del barolo, c’è anche chi si è dato una linea diversa: è il caso dei Prunotto che, per bocca del direttore Gianluca Torrengo, spiega come sia “fondamentale essere forti anche sul mercato domestico, nonostante l’esportazione sia basilare, ma senza puntare in maniera esclusiva o preponderante su un unico mercato. La quota del Barolo che produciamo e che finisce all’estero è divisa equamente tra i diversi Paesi: Germania, Stati Uniti, Canada e Russia, come numeri si equivalgono, e per noi è fondamentale, perché dipendere da un solo mercato alla lunga può essere pericoloso, e questa è una regola sia di buon senso che di marketing”. Anche dalle parole di Torrengo si capisce come la Cina sia ancora una terra tutta da scoprire per il Barolo, ben coscienti del fatto che “la quota di vino di qualità italiano è ancora bassa, e anche noi siamo sul 4%, a fronte del 50% della Francia, un dato che ci dà la misura di quanto lavoro ci sia ancora da fare, ma non è facile, bisognerebbe imparare a conoscere meglio la cultura cinese, perché a differenza di Germania ed Usa, non ci sono comunità italiane arrivate nei decenni scorsi, anche se il fiorire di ristoranti tricolore può essere un buon biglietto da visita”.
Se l’export del Barolo, ad oggi, ruota intorno ad Usa, Germania e Svizzera (con i Paesi Scandinavi in crescita), è ad Est che si gioca il futuro, con la Russia che “dopo la crisi del 1998 è tornata a giocare un ruolo da protagonista, grazie anche - come spiega Guido Damilano - al prestigio del made in Italy, vino compreso ovviamente. Ma i mercati davvero nuovi sono quelli asiatici: c’è molto interesse nei confronti del vino italiano, ma quello che davvero manca è la cultura del vino, e gli appassionati dell’Estremo Oriente lo sanno, sono loro i primi a voler imparare i segreti della degustazione e dei grandi territori italiani, per far diventare il grande vino italiano parte della quotidianità, non solo oggetto di nicchia da regalare in occasioni speciali”.

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