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VINO E MERCATI

Il Brunello di Montalcino punta la Cina: nasce la guida multilingue “Brunello Library”

L’Asia per il grande rosso toscano vale il 15% dell’export. Le opinioni di Banfi, Col d’Orcia, Casanova di Neri e Gnudi (Altesino e Caparzo)
BRUNELLO DI MONTALCINO, BRUNELLO LIBRARY, CINA, Italia
I vigneti a Montalcino della cantina Mastrojanni

Il mercato di riferimento del futuro per il Brunello di Montalcino sarà la Cina? Se nei confronti del Paese del Dragone l’attenzione rimane alta, l’impressione è che i tempi non siano ancora maturi per la creazione di un feeling perfetto. I motivi sono tanti: da un mercato, quello cinese, che ancora non sembra essere pronto, fino alla rete dei rapporti, ormai ampiamente consolidata, che i produttori di Montalcino hanno con gli importatori Usa ed europei che restano solidamente in testa nell’export. La Francia si è mossa per prima e adesso è in fuga solitaria. Se si può dire che non è ancora scattata la “scintilla” tra il Brunello e la Cina, è vero allo stesso tempo che nessuno sottovaluta le potenzialità e la crescita del mercato asiatico in generale.

Lo testimoniano anche alcuni progetti ad hoc, come “Brunello Library”, una guida - l’autrice è Xiaowen Huang con il contributo dei collaboratori del Clubaloge - scritta in tre lingue (italiano, inglese e cinese) che mira a stimolare ulteriormente l’interesse verso il Brunello di Montalcino da parte dei mercati asiatici. Si parla delle cantine del territorio, dell’andamento delle ultime vendemmie, c’è un lavoro di analisi e di valutazione delle etichette. E nella presentazione, nei giorni scorsi a Montalcino, il Presidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, Patrizio Cencioni, non ha nascosto la speranza di accogliere nelle terre del Brunello, in modo sempre più numeroso, un “turismo di lingua cinese”.

I numeri sono chiari: la crescita d’interesse del mercato asiatico verso il vino del Belpaese è evidente. L’Italia, nei primi cinque mesi del 2018, ha esportato vino in Cina per 60,9 milioni di euro, con una crescita del 17,2% sullo stesso periodo del 2017. Una performance che vede il Paese del Dragone prossimo ad entrare nella top 10 delle destinazioni mondiali del vino italiano.

Nello specifico, per quanto riguarda Montalcino, nel 2017 ammontava a 180 milioni di euro il giro d’affari del settore vitivinicolo complessivo, con i mercati asiatici che rappresentavano il 15% dell’export. La metà rispetto agli Usa.


Secondo James Suckling, uno dei critici del vino più affermati in Asia, se è vero che “il vino italiano in Cina oggi vale solo il 6% del mercato del vino di importazione, sono convinto che, nei prossimi 5 anni, arriveremo al 20%, e in Cina parleranno del Brunello come è avvenuto negli Stati Uniti venti anni fa”. Parole rilasciate ad inizio 2018, quando Suckling fu insignito della cittadinanza onoraria proprio a Montalcino.
Ma sarà proprio così? Dai pareri di alcuni dei produttori più importanti del territorio, la strada sembrerebbe ancora lunga. E forse c’è stato anche qualche errore di valutazione.
“Per Banfi il mercato cinese e di Hong Kong rappresenta il 5% delle vendite e il 7-8% dell’export - sottolinea Rodolfo Maralli, direttore marketing Castello Banfi - nel corso degli anni abbiamo fatto grandissimi investimenti in comunicazione ed eventi vari, io stesso la scorsa settimana ero a Shanghai. Però questi sforzi non danno ancora i risultati sperati. Ovvio, i progressi ci sono stati, basti pensare che fino a non molti anni fa il Brunello di Montalcino era quasi uno sconosciuto da quelle parti. Ma le aspettative erano altre, si va avanti a velocità ridotta. La Cina si innamora dei vini iconici e noi siamo ancora indietro rispetto alla Francia. Il motivo? Loro hanno iniziato prima di noi e poi ci sono dei legami culturali diversi. Si, è vero, rispetto a tutti gli altri mercati, l’Italia si trova a inseguire anche altri Paesi e questo perché nella fascia “entry level” i vini di Cile e Spagna propongono prezzi più bassi senza dimenticare che ci sono degli accordi, come quello tra Cina e Australia, dove le tasse all’importazione sono pari a zero. Bisogna continuare ad esserci, ma forse - conclude Maralli - le potenzialità del mercato cinese sono state super valutate”.

Per l’Italia il deficit c’è, e la rincorsa non è delle più semplici. “Ho letto qualche giorno fa proprio su WineNews - dice Francesco Marone Cinzano, proprietario di Col d’Orcia - che l’Italia è indietro in un mercato come quello di Hong Kong. Ed è vero, lì siamo molto deboli ma c’è comunque lo spazio per crescere e lo stesso dicasi per la Cina e Taiwan. Cosa bisogna fare? Continuare a investire e a progredire. A Montalcino c’è chi si è legato solo al mercato degli Usa, noi sono trent’anni che siamo presenti in Oriente però sottolineo anche un altro aspetto: a crescere deve essere il mercato della Cina, non la forza del Brunello”.

Che la Cina sia un mercato fondamentale e che è pronto al decollo definitivo ne è convinto anche Giacomo Neri, alla guida di Casanova di Neri. Ma se il Brunello vorrà “sfondare” sarà importante giocare di squadra. “È un mercato che non ha ancora grandi numeri ma ogni anno cresce di importanza e interesse. Bisogna lavorare tanto per far conoscere e promuovere la nostra realtà. Abbiamo investito tanto in Cina, con progetti importanti. In altri mercati siamo affermati e consolidati, là no e sarebbe un peccato perdere questa occasione. Il mio parere - conclude Giacomo Neri - è che a livello collettivo bisognerebbe investirci, il mercato cinese è e diventerà un mercato di consumatori con grandi potenzialità economiche”.

Ma c’è anche chi è convinto che la Cina non sia un’opportunità. Almeno per il momento. Elisabetta Gnudi Angelini, proprietaria a Montalcino delle griffe Altesino e Caparzo, vede ancora molto indietro il Paese del Dragone. Dove non è facile concludere affari per vari motivi. “Per quanto riguarda il mercato asiatico direi che il Giappone è il Paese che va per la maggiore. In Cina è più complicato perché noi, a differenza di altri, non abbiamo un appoggio statale, ci troviamo ad agire da soli come produttori. Personalmente dico che vendiamo poco in Cina anche per scelta nostra, a volte ci sono poche garanzie pure per quanto riguarda i pagamenti. Esportiamo un terzo del nostro vino negli Stati Uniti, poi c’è la Germania e il Canada che vanno forti. Poi è vero che il prodotto sta andando davvero molto bene e non c’è tutta questa esigenza di trovare uno sbocco per forza in Oriente. Ma la Cina è ancora indietro rispetto ad altri mercati più strutturati. Vedremo se tra qualche anno cambierà qualcosa”.

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