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BIBLIOTECA ENOGASTRONOMICA

Il vino è sempre mezzo e mai fine, ed uno strumento per leggere la realtà e sottrarla alla velocità

Con “Il profumo del bicchiere mezzo pieno” il critico enogastronomico Angelo Peretti restituisce al nettare di Bacco il suo lato più umano e poetico

“Saremo felici mai?”: è la domanda che, da una canzone di Emma Nolde ascoltata al Premio Tenco, diventa il punto di partenza di “Il profumo del bicchiere mezzo pieno”, il nuovo volume del critico enogastronomico Angelo Peretti, che utilizza quella suggestione per tornare a interrogarsi sul senso del vino e della felicità. Riprendendo i propri appunti accumulati nel tempo, l’autore scopre che quelle note nate come lavoro giornalistico e divulgativo raccontano in realtà qualcosa di diverso: non solo assaggi e osservazioni tecniche, ma una riflessione continua sul vivere, sul tempo e sul modo in cui guardiamo le cose.
Ne nasce un’opera (Edizioni Ampelos, giugno 2026, pp. 270, prezzo di copertina 25 euro) profondamente personale, priva di schede di degustazione, punteggi o classifiche, dove il vino non è mai un esercizio tecnico, ma un pretesto per attraversare una domanda costante. Attorno a questo nucleo si sviluppa un percorso che diventa un manifesto contro la “malattia della fretta”, costruito attraverso ricordi, arte, filosofia, letteratura e cultura pop. In questa visione, il “bicchiere mezzo pieno” è un invito a leggere la realtà più in profondità, dove anche ciò che appare vuoto diventa parte essenziale dell’esperienza: è lo spazio che permette alle cose di esprimersi, come l’ossigeno che libera i profumi del vino.
Il libro si fa metafora di lentezza e osservazione: fermarsi davanti a una fioritura di montagna, deviare lungo una strada bianca, osservare un vigneto in silenzio, concedersi un tempo sospeso o lasciarsi raggiungere da un dettaglio che riaffiora, come un ricordo legato a un profumo. Con una struttura frammentata e agile, circa un centinaio di testi brevi e autonomi, Peretti ci regala un mosaico di parole in cui il vino è sempre mezzo e mai fine, ma uno strumento per leggere la realtà e sottrarla alla velocità.
La struttura del libro è agilissima, un centinaio di testi brevi e autonomi nel quale affiorano, inattesi, i post di Geopop e le vecchie lezioni televisive in bianco e nero del maestro Alberto Manzi, lo slogan letto sul cassone di un Ape Piaggio e le ultime parole incise da Leonard Cohen, le immagini del film “Perfect Days” di Wim Wenders e i dribbling di Maradona, e poi Alda Merini, Patti Smith, Simone de Beauvoir, La Pina. Il tutto, accompagnato dal suggerimento di quasi 200 bottiglie da ogni angolo del mondo: Italia, Bolivia, Francia, Lettonia, Messico, Cile, Giappone. Ma non aspettatevi un catalogo. Ogni vino è una storia, ogni produttore è un personaggio. C’è Claudio Zanoni, musicista dei Ridillo, che ha fatto nascere il suo vino Avamata insieme ai ragazzi di una cooperativa sociale: una bottiglia che profuma, scrive Peretti, “della bontà intrinseca della bella gente”. C’è Francesco Ricasoli, che ha rilevato l’azienda di famiglia produttrice di vino dal 1141, nel Castello di Brolio, dove il Barone di Ferro Bettino Ricasoli scrisse la formula del Chianti Classico, ma che ha anche difeso strenuamente a un’asta benefica una bicicletta Bianchi che riportava quello stesso numero, pur di non farla uscire dai confini chiantigiani. Ci sono le suore trappiste di Vitorchiano, il cui vino Benedic è impregnato di preghiera e fatica. E poi ci sono i vini che fanno sorridere: il bag-in-box francese di Puech-Haut, che Peretti difende a spada tratta contro ogni snobismo, il Riesling di Kunstler con il tappo a vite, premiato con il massimo dei voti dal celebre critico James Suckling, e il Tavernello in brick, bevuto con onestà durante un pasto veloce, che ha la sua dignità come qualsiasi bottiglia blasonata.
Perché il senso più profondo del libro è questo: la felicità non è un traguardo, ma una somma di istanti riconoscibili, come il profumo che si sprigiona da un calice e svanisce subito dopo, lasciando però una traccia. È in questi frammenti che si costruisce il significato del vivere: non nella perfezione, ma nella capacità di riconoscere il valore di ciò che accade mentre accade.

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