Negli ultimi anni, abbiamo parlato spesso della figura dell’enologo moderno, dipingendola come una professione fondamentale nel mondo del vino, le cui competenze, però, hanno dovuto spingersi ben oltre quelle di cantina, con enologi che sono diventati, spesso, anche manager, comunicatori e così via, ma sempre all’interno del mondo enoico. Ma ora c’è chi rilancia, sostenendo che “l’enologia deve smettere di pensare solo al vino”. La proposta-provocazione arriva dall’enologo altoatesino Andrea Moser, per molti anni in Franz Haas, poi per quasi un decennio direttore della Cantina di Caldaro, e oggi produttore in proprio con i suoi “temporay wine”, ma anche manager e consulente.
“Abbiamo formato generazioni di professionisti convinti che l’unico sbocco possibile fosse fare vino. È stato naturale per molti anni, ma oggi questo paradigma non basta più. L’enologia - sostiene Moser - deve diventare una disciplina capace di generare innovazione ben oltre i confini della bottiglia”. E oltre i confini del settore del vino. “L’enologo del futuro dovrebbe essere prima di tutto uno scienziato delle fermentazioni e dei processi biologici. Potrebbe progettare nuovi ingredienti, valorizzare sottoprodotti agricoli, sviluppare alimenti innovativi, lavorare sulla sostenibilità delle produzioni. Tutto questo significa anche portare nuove idee nel vino, perché chi guarda oltre porta innovazione anche dove è nato”, dice ancora Moser.
La cui provocazione nasce dalla convinzione che la crisi del vino non possa essere affrontata soltanto attraverso nuove strategie commerciali o campagne di comunicazione: “il problema non si risolve vendendo meglio lo stesso prodotto. Serve una rivoluzione culturale. Dobbiamo iniziare a formare professionisti capaci di mettere in discussione i modelli esistenti. Le grandi innovazioni arrivano quando si rompono gli schemi, non quando li si protegge”.
Con il futuro dell’enologia che, secondo Andrea Moser, passa, quindi, da una ridefinizione della sua identità: “meno rigidità di approccio e pensiero unico, meno attaccamento sterile a vecchi stereotipi diventati dogma, meno disciplina al servizio esclusivo del vino, più piattaforma scientifica capace di contaminare settori diversi e riportare nel comparto vitivinicolo quella capacità di innovare che oggi appare indispensabile. Il rispetto per la tradizione è un valore. Il rispetto reverenziale, invece, diventa un limite. Se continuiamo a considerare il vino come l’unico orizzonte possibile, rischiamo di impedire proprio quell’innovazione di cui oggi il settore ha bisogno”.
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