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EDITORIALE

La denominazione toscana per eccellenza

Non ce ne vogliano le altre Docg toscane, in alcuni casi protagoniste indiscusse con i loro vini dello scenario commerciale mondiale, ma il Chianti Classico, a partire dalla sua storia plurisecolare e, soprattutto, grazie alle doti pedoclimatiche che segnano i luoghi dove viene prodotta, resta “la” denominazione della Regione. La sua estensione, di 70.000 ettari, un settimo dei quali a vigneto, ne fa una denominazione vasta ma al contempo coerente, dove paesaggi con accenti diversi, che appartengono però alla stessa famiglia, mettono in fila colline con pendenze “montanare” e altre più dolci, valli ariose e altre strette, presenza massiccia o più dilatata di bosco (la metà dell’intera superficie della denominazione è costellata da querce, abeti, lecci, pini, etc.), significative estensioni di ulivi e ricchezza del sottosuolo (“scaglia” toscana, Macigno del Chianti, Alberese, Galestro, etc.), a configurare un territorio ad alto tasso di biodiversità e lontano, pure esteticamente, dai luoghi del vino anche celeberrimi, ridotti quasi ad aree a monocoltura. Su tutto questo, il Sangiovese, a dir poco a suo agio in queste condizioni mutevoli. È spesso sfumato negli aromi e non è predisposto all’esibizione. Vivace nell’acidità e dai tannini appuntiti quanto fini, ha fraseggio al palato sempre mosso, perfino nelle versioni che per areale, annata e/o stile aziendale sono più generose. In ogni caso, ha qualcosa in meno nel peso e nel calore, e qualcosa in più in freschezza e ritmo. E poi una Nouvelle Vague di produttori, a trascinare anche la “vecchia guardia”, che punta su vini sempre più rispettosi di sé stessi e più fieri del proprio territorio di origine.

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