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Se il vino italiano vuole crescere e conquistare nuovi mercati, deve imparare a non diffidare da quelli finanziari. Parola di Sandro Boscaini, presidente Masi Agricola e Federvini: “dalla finanza la solidità e la massa critica per crescere”

Italia
Sandro Boscaini, a capo della Masi Agricola: se il vino italiano vuole crescere sui mercati deve imparare a fidarsi della finanza

Se il vino italiano vuole crescere e conquistare nuovi mercati, deve imparare a non diffidare da quelli finanziari. Sandro Boscaini, presidente di Masi Agricola e di Federvini, è stato il primo a portare la sua azienda dai vigneti della Valpolicella a Piazza Affari, una scelta che rifarebbe. “Anzi, il mio auspicio è che nei prossimi anni altre aziende vitivinicole scelgano di quotarsi in Borsa: è urgente e necessario”. La griffe dell’Amarone si è quotata nel 2015 sull’Aim, quando ancora si faticava a vedere i segni dell’uscita dalla crisi, e nel 2017 la sua performance è stata positiva, con una capitalizzazione cresciuta del 3% e i ricavi nei nove mesi che sono tornati a crescere. Ora, è arrivato il momento delle opportunità da non gettare al vento: i piani individuali di risparmio garantiscono un investimento “bloccato” per almeno cinque anni sulle Pmi quotate, e le tante piccole cantine italiane devono vincere una competizione piuttosto agguerrita, a partire da quella con Francia e Spagna.
“Siamo molto favorevoli ai piani individuali di risparmio (Pir), anche nell’ottica di stimolare una crescita per acquisizioni”, spiega Boscaini all’agenzia Adnkronos. Gli investitori che scelgono il mondo del vino, continua Boscaini, “stanno imparando a capire che nel settore ci sono dei tempi da rispettare e un radicamento quasi ancestrale alla terra, aspetti che non possono sempre sottostare alle logiche veloci della finanza. Oggi, però, il mondo del vino, anche italiano, sta cambiando in maniera radicale: non è più quello del contadino con la sua distribuzione locale”. La distribuzione “è diventata globale, con operatori di grossa stazza e una competizione enorme basata sulla qualità”.
Al vino italiano la qualità non manca, e neanche il fascino delle sue storie, spesso centenarie. Difetta, invece, “di un business strutturato e di masse critiche importanti. È stata una sorpresa - continua il presidente di Federvini - constatare l’interesse degli investitori stranieri per un’azienda trasparente, che fa piani di sviluppo e vuole raggiungere nuovi traguardi: la nostra presenza all’estero sempre stata forte (l’export di Masi pesa per l’84% del fatturato) più o meno in tutti i continenti. Ma la quotazione ci ha dato un credito diverso per cui la catena distributiva, tra importatori, distributori e retailer, ci ha visto non solo come produttori di qualità ma anche come player in un’economia avanzata”.
In futuro, servirebbe anche presentarsi uniti. “Prendiamo - dice ancora Boscaini - un mercato come la Cina. Non possiamo andare sparsi e con piccoli numeri: abbiamo bisogno di essere coesi e di far vedere che ci sono marchi forti e budget adeguati a sostenerli. Per questo, l’incontro tra finanza e vino è necessario e abbastanza urgente, altrimenti perdiamo terreno rispetto a competitor europei ed extraeuropei. La Francia si è presentata come Paese del vino quando ancora la Cina non era uscita dal suo isolamento, noi siamo all’Abc. Ci sarebbe bisogno di un’operazione istituzionale a livello di Governo molto forte per spiegare che in Italia non c’è solo il fashion. Purtroppo il vino all’estero è soprattutto francese”. Ed i piani di Masi non escludono qualche nuova possibile acquisizione per crescere. “Continuiamo a guardarci intorno nell’area delle Venezie - conclude il presidente di Masi - anche se al momento non ci sono target concreti. L’obiettivo che ci poniamo è in primo luogo una crescita organica, che sia compatibile con un mercato maturo come quello dei vini fermi, ma anche una crescita per linee esterne che aggreghi in maniera ’amichevole’ altri brand del territorio seguendo l’esempio dell’acquisizione di Canevel”.

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