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“DI MEO VINI AD ARTE”

Napoli’Den Istanbul’A (Da Napoli a Istanbul): come da tradizione, ecco il Calendario Di Meo 2019

È un omaggio alla cultura del Mediterraneo, tra il porto del Sud Italia e le correnti del Bosforo, il progetto voluto dal produttore Generoso Di Meo

Questa volta il dialogo intimo accade tra il porto del Sud Italia e le correnti del Bosforo sospeso tra Europa e Asia, e la convivenza di cultura, pitture e architetture, canzoni e caffè, canti processionali e preghiere dei müezzin avviene mese dopo mese grazie alle fotografie realizzate Massimo Listri. È un omaggio alla cultura e alle essenze del Mediterraneo “Napoli’Den Istanbul’A (Da Napoli a Istanbul)”, il Calendario Di Meo 2019, svelato come da tradizione in un gala internazionale, nei giorni scorsi al Çiragan Palace di Istanbul alla presenza di artisti, intellettuali, aristocratici, studiosi, manager e celebrities di tutto il mondo, curato dell’associazione culturale “Di Meo Vini ad Arte”. All’edizione n. 17, il Calendario fa parte del progetto itinerante di Generoso Di Meo, alla guida della cantina di famiglia con il fratello Roberto, che, ogni anno, sceglie una particolare simbiosi tra Napoli e le mete del globo.
Listri ritrae in 12 inquadrature scene, storie, emozioni e personaggi che riassumono la convivenza, la rivalità, il dinamismo delle due capitali. Dal Topkapi Palace al dipinto dell’Ambasceria turca a Napoli (opera di Giuseppe Bonito custodita nel Palazzo Reale di Piazza Plebiscito), dalla Moschea Kilic Ali Pasa al Ballo dell’ape nell’harem conservato nel Museo di Capodimonte, fino al Palazzo di Venezia (sede dell’ex ambasciata italiana a Istanbul), agli hamam, alla Cisterna Basilica di Sultanahmet. Un’intesa cosmopolita che nei secoli è stata crudele, per via del business degli schiavi nel Seicento documentato nei carteggi protetti nell’Archivio Storico del Banco di Napoli, e però pure comica: prima con la farsa “Nu turco napulitano” di Eduardo Scarpetta (1888) poi con l’adattamento cinematografico “Un turco napoletano” (1953), di cui fu protagonista Totò. Che nel suo certificato di nascita fu riconosciuto Principe di Bisanzio (e della risata). Sono numerosi, insomma, i capitoli che accomunano le identità di Napoli e Istanbul. Storie di fratellanza tra il caffè e il cahve. Di estasi circolare dei dervisci e di trance roteante figlia delle tarantelle. Il calascione imbracciato da Pulcinella è parente al bouzouki e al saz. Racconti di muratori e manovali emigrati dal Sud Italia fino alle terre del mar di Marmara. Minareti, cupole, piazze bizzarre e bazar, che sono duplice folgorazione per chi salpa dai porti ottomani ai moli partenopei quando un Trattato di pace, navigazione e commercio stabilisce (1740) nuove modalità civico-economiche tra i due territori secondo le volontà del sultano Mahmud I e re Carlo di Borbone. E poi c’è il cinema di Ferzan Ozpetek, in bilico tra i veli di Napoli e le onde del Bosforo in un mulinello di sensualità e fantasmi. Ad accompagnare gli scatti, un testo narrativo-emotivo a firma di personalità come, tra le altre, Ilber Ortayli, Rosita D’Amora, Dinko Fabris, Nedim Gürsel, Silvia Ronchey e Carmine Romano.

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