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IL SUMMIT DE “IL SOLE 24 ORE”

Il vino italiano riparte insieme all’horeca, guardando a nuove opportunità nella gdo e in Cina

Le richieste alla politica di liquidità e di una posizione condivisa sul vino dealcolato. La crescita della gdo. La necessità di accelerare in Cina
BUSINESS STRATEGIES, CAVIRO, IL SOLE 24 ORE, PASQUA VIGNETI E CANTINE, UNIONE ITALIANA VINI, Italia
Il vino italiano riparte anche dalla Cina

Il vino italiano, il principale comparto dell’agroalimentare che vale oltre 16 miliardi di euro di fatturato ed è un “biglietto da visita” del made in Italy nel mondo, riparte. Un settore che ha sofferto per la pandemia, in particolare per l’esposizione che i segmenti medio-alti della produzione hanno nei confronti del canale horeca che è stato a lungo chiuso, in Italia e all’estero, ma che ha anche messo in campo la sua resilienza, con le esportazioni 2020 che hanno segnato una flessione del 2,3% per un fatturato che ha superato i 6 miliardi di euro, una performance migliore di competitor come la Francia. Ora è agli scenari che il settore guarda, che sono cambiati, come è emerso oggi dal “Food Industry Summit” virtuale de “Il Sole 24 Ore”, ma offrono nuove opportunità a partire dai mercati internazionali.
Nonostante la pandemia lasci sul campo il problema della chiusura dell’horeca e in particolare del canale della ristorazione e della conseguente mancanza di liquidità delle aziende, “il vino ha saputo reagire con strumenti innovativi come l’e-commerce - ha detto il presidente di Uiv/Unione Italiana Vini Ernesto Abbona - in questo modo la presenza sui mercati internazionali non è venuta meno, a fronte di fatturati calati soprattutto nell’horeca, con le sue chiusure sporadiche e a volte paradossali. Tanto che, oggi, ad essere allarmante non sono tanto le giacenze dei vini, che sono addirittura meno sull’anno passato pur avendo avuto una vendemmia a più ricca del 3%. Ma c’è bisogno di aiuti all’horeca e alle aziende vitivinicole che lavorano con il settore, e che negli anni hanno creato valore sui vini. Il forte calo dei fatturati dovuto alle chiusure non è stato assorbito dagli altri canali, ma a calare è stato il valore dei vini, inteso anche come l’insieme di elementi come la cultura e la socialità che viaggia con le bottiglie nel mondo. Questo ha portato ad avere crediti incagliati che stimiamo addirittura in 500 milioni di euro, con un lavoro perso nel settore di 1,5-1,8 miliardi. Per questo vorremmo che dalla politica arrivasse un contributo a fondo perduto per le cantine per rafforzare la misura introdotta l’anno scorso, esonerandole dai pagamenti dei contributi previdenziali e assistenziali e soprattutto, e questa è la proposta innovativa, di evitare di sospendere i pagamenti delle imposte sui crediti incagliati che in molta parte non saranno saldati. Ma anche di evitare l’anticipo dell’Iva: in questo modo lo Stato non si assume un costo, ma dà liquidità alle aziende mettendolo nelle condizioni a loro volta, senza intermediari, di dare liquidità immediata all’horeca che, nel momento in cui riapre, non deve proporre solo il vino che ha in cantina, ma anche le nuove annate”.
I mercati internazionali hanno sostanzialmente tenuto e l’Italia, pur con tutte le difficoltà del caso, è riuscita a limitare i danni. Oltre alla loro ripartenza, occorre però sfruttare nuove opportunità. Come in Cina, dove per effetto di un round di dazi a carico delle importazioni dei vini australiani che avevano scalzato la Francia, come primi fornitori del mercato cinese, e ora perdono posizioni, si stanno aprendo nuovi spazi anche per il vino italiano, che però è in ritardo sui competitor. “I numeri confermano che la mancanza dei vini australiani crea un’effettiva opportunità per chiunque sia disponibile a coglierla - ha spiegato Silvana Ballotta, ceo Business Strategies - i francesi che erano in secondo piano sui vini australiani, hanno rimontato il loro gap, tornando leader del settore. Stanno arrivano i vini della Nuova Zelanda e di altri Paesi, mentre per l’Italia la pandemia ha evidenziato i deficit del nostro sistema vino. Chi aveva già nella strategia di sviluppo il velocizzare strumenti come il digitale e l’avvicinamento al consumatore finale con la comunicazione e la formazione, è già avanti. E infatti anche i produttori italiani che sono già ben posizionati su questi fronti, in termini di bilancio nel 2020 hanno guadagnato più dalla Cina che dagli Stati Uniti e altri Paesi”. Dobbiamo chiederci perché non siamo riusciti a creare un’identità definita del vino italiano. “In Cina - ha aggiunto l’ad di Pasqua Vigneti e Cantine, Riccardo Pasqua - il consumo pro capite di vino è di 0,5 litri l’anno contro gli 11 degli Usa. Lo spazio è enorme e il vino italiano può ripercorrere la strada di successo già imboccata dall’automotive e dalla moda made in Italy. Ma bisogna completamente cambiare strategia e andare con un messaggio unico e univoco di sistema Paese e affidarsi a consulenti locali che ci possano suggerire il modo in cui i cinesi guardano al vino. Insomma, sono necessarie modalità completamente differenti da quelli utilizzate sui mercati Occidentali”. L’altro percorso da attivare è la formazione: i corsi Wset che hanno fatto avvicinare al vino tantissimi wine educator cinesi ma in cui l’Italia è meno presente di altri Paesi, sono stati bloccati, e anche qui si è aperto uno spazio da colmare.
Esempi di resilienza delle aziende italiane nella pandemia arrivano dal sistema cooperativo, che rappresenta oltre il 50% del vino italiano prodotto e commercializzato, e nel 2020 ha registrato un incremento del fatturato dell’1% e delle esportazioni del 3%, in controtendenza. “Molte delle grandi aziende cooperative si rivolgono al canale della gdo dove le cose sono andate bene - ha ricordato Simon Pietro Felice, dg Caviro - un canale che negli anni si è trasformato moltissimo, dall’essere povero a molto ricco, e dove anche i prodotti “preziosi” possono trovare il loro spazio, in Italia ma soprattutto all’estero. Dove grandi retailer internazionali hanno sviluppato nei loro scaffali un display di prodotti ampio ed evoluto. Ricordo che all’estero la maggior parte del consumo di vino è fuoricasa, dagli inglesi agli americani, dai cinesi i giapponesi. Con il lockdown sono stati costretti a provare il consumo a casa, acquistandolo nei supermercati, e questo ha aperto un mercato che prima non c’era. E un domani, anche quando l’horeca, ripartirà sarà qui la grande opportunità per il vino che potrebbe portare anche ad un aumento dei consumi pro-capite. Caviro è il principale player della distribuzione inglese, e abbiamo dovuto raddoppiare le vendite verso la gdo inglese da un giorno all’altro. E qui entra in gioco la capacità di saperlo fare”.
Intanto l’Italia fa i conti con il vino dealcolato. Una fake news, su cui chiarirsi con la politica saltata sulle poltrone. “Le polemiche sul vino dealcolato sono speciose - ha concluso Abbona nel Summit (che ha lanciato anche Agribusiness24.com, nuova piattaforma editoriale online del Gruppo 24 Ore che integra i contenuti dedicati al comparto agroalimentare, dal quotidiano all’online, da Agrisole a Radiocor, ndr) - e Uiv non è in sintonia con la posizione delle nostre istituzioni e chiederemo un incontro urgente al Ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli per ribadire la linea condivisa dagli imprenditori del vino in vista della discussione sulla riforma della Pac a Bruxelles il 25 e 26 maggio. Parliamo di una pratica enologica già normata in Europa nel 2018 dove si consente la dealcolazione fino al 20% del grado e utilizzata, invece, da Germania e Spagna per la produzione di vini totalmente dealcolati. Prodotti che aprono un’opportunità di mercato nuova che vogliamo ancorare al mondo del vino e non lasciarla in pasto alle multinazionali del beverage. Non solo perché è un’occasione di sviluppo dal punto di vista commerciale, ma anche a garanzia del consumatore: il comparto vitivinicolo ha certificazioni e controlli molto più stringenti rispetto alle altre filiere. E non si parla di dealcolare totalmente i vini Dop e Igp né tantomeno di aggiungere acqua al vino: alcune tecniche prevedono la reintroduzione di acqua endogena estratta dallo stesso vino durante il processo di dealcolizzazione, pratica che comunque vogliamo limitata ai vini da tavola e varietali, che sono gli stessi prodotti per cui si chiede la distillazione perché in eccesso”.

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